BERGHAIN2

VOI NON CI CAPITE

FRIDAY FUCK 2-4-1

introduzione – Lab.Oratory

Certe abitudini sono dure a morire. La città che ha fatto del feticismo il suo nuovo fascismo promette che per questo venerdì non ci sarà dresscode per Fuck two for one (due drink al prezzo di uno), un naked party nelle fondamenta del Berghain, il club simbolo della youth culture internazionale e di quelli con la sindrome di Peter Pan, cioè quelli che giacché hanno superato da un pezzo l’età delle sciocchezze han deciso di trasferirsi dove possono vivere senza responsabilità per altri felici anni della loro vita—prima di essere ricoverati.

Il benvenuto al Lab.Oratory me lo dà una creatura a metà tra Popeye e Fassbinder; non so come ci sia riuscito ma si è infilato una tutina di latex che gli fascia ogni rotolo del corpo e un cappello da marinaio. Parla solo tedesco e mi fissa sospettoso. È pelato e ha la tipica faccia da crucco: naso a patata, occhi azzurri e bocca larga. Mi fa strada in quella che ha tutta l’aria di essere l’entrata principale verso l’inferno. E non mi sbaglio. Alla cassa mi danno un numero e una busta. Il numero me lo infilo nel calzino e i vestiti li butto nella busta di plastica. Sul mio braccio, con un pennarello nero, un ragazzo mi rinomina: 261. Certe abitudini sono dure a morire.

Sono tutti nudi, per di più uomini pelati e senza barba, sopra i 40. Per lo più hanno l’aspetto di teschi in movimento, con questa luce severa che taglia i volti disegnando maschere grottesche. Siamo già almeno 261 ed è presto, ne arriveranno altri. Chissà cosa sembro in questo carnaio, non ci sono specchi. Mi infilo in un cunicolo e seguo i grugniti. Giungo a una stanza buia con un divano tondo al centro e tre uomini sdraiati, con indosso solo le scarpe e i chest-harness, imbracature in pelle: cintura a croce e costrittori del torace. Un uomo, il 136, dev’essere qui da molto: infila il cazzetto in modo meccanico, ha l’aria stanca e sovrappensiero. Forse la techno in sottofondo gli ispira i movimenti. Gli altri fottono duro, si sente il rumore delle palle che sbattono sul culo. Sciapp sciapp sciapp. Sento urlare. Attorno tutti si masturbano nell’ombra, ti sfiorano con educazione; son pur sempre tedeschi.Schermata 2013-06-17 alle 22.18.48

L’odore è nauseabondo. È il tipico tanfo insalubre delle stanze in cui una decina di uomini nudi si danno da fare. Il buco mefitico di un vecchio cavallo morente: si sente sudore, alcol, fumo, sperma, piscio, popper, merda; più o meno l’alito di una troia a fine servizio. È una pozza di HIV questo posto e l’istinto è di trattenere il respiro. Il fetore pestilenziale può essere risolto facendosi due passi fuori, in cabine esterne circondate da filo spinato. Oltrepasso i copertoni di trattore e faccio una rampa di scale, verso l’alto. Dove c’è luce c’è meno sesso. Come scarafaggi preferiscono succhiarselo nell’ombra, forse per non vedere i segni che l’AIDS ha scavato sul loro viso, forse per imbarazzo. Forse perché l’estetica da olocausto ha fottuto tutti questi culi marci. Non tentano alcuna redenzione. Non so dire quanti danni ha fatto l’aspetto militare nelle pulsioni erotiche degli omosessuali, ma so dirvi che esserci inibisce ogni pensiero erotico. Penso agli ospedali e alle bare. Sondini e mogano.

Qui ogni perversione trova mercato. Ce n’è per tutti i gusti «Yellow Facts», «Fausthaus/anal deep troat», «Athletes-fit for fuck», «gummy/rubber outfit only». Nella serata fisting il Crisco, grasso alimentare famoso in America, viene venduto al bar e utilizzato per lubrificare culi per farvi scivolar dentro braccia muscolose; unica avvertenza «Just cut your nails and cum». Sesso post genitale, l’avanguardia dell’inorganico. O forse la retroguardia? Intanto la serata procede lenta, anche se non ho idea di che ore siano. Non ci sono orologi e qui tutto è scandito dalla propria devastazione sessuale. Finché c’è merda c’è party. Non so quanto tempo sia passato. La musica non ha alcuna progressione e nessuno balla. Serve solo per riempire lo spazio, è l’illusione di essere in un luogo unicamente per scopare e farlo con l’illusione sia un club e non uno scannatoio con tubi a vista, catene e cunicoli. Mi aggiro seguendo i flussi di numeri, 289, 350, 456. Leggo su un braccio persino 525, e infatti si sta stretti. Siamo tutti sudati. Si vaga con una birra come fosse una lanterna spenta, sguardo fisso su possibili prede, alla ricerca di un orgasmo che non basterà mai. Un ragazzo, sui 26, forse di più, si sistema su una sedia da dentista divaricando le gambe su braccioli di ceramica. Lì iniziano a scoparlo più o meno tutti quelli che hanno voglia di farlo. Come topi che si avventano sulla preda inerme ma mortifera. Il profilattico è discrezionale. Lui non sembra provare il minimo piacere, non tradisce alcuna espressione ma invita i passanti a non fermarsi. Mi sembra tutto fuorché umano. Se avessi un cuore piangerei.

Mi giro e uno in pantaloncini e cappello da pescatore, sui 55 anni, versa il contenuto di una piccola borraccia appesa al collo sulle gambe di un sessantenne magro, sdraiato su una sling, di quelli che potete vedere nelle spiagge nudiste, coi culi piatti e grinzosi. Questi si incazza e l’old-scout gesticola, e il linguaggio del corpo dice: «se sei lì sdraiato su una sling, che ti lamenti a fare?». Fa tutto parte del gioco, un gioco di gente marcia. Abbasso lo sguardo e un tipo mi sta leccando le scarpe. Lo scosto e cammino seguendo il flusso di numeri, 349 548 103. Ci sono angoli inesplorati, questo posto è fatto per perdersi: non capisci mai dove ti trovi. Di dresscode ne vedo a pacchi, ma sono disomogenei. C’è tutto un campionario di casi umani: tutine in latex, calciatori senza muscoli nelle gambe e spalle strette, skinhead con gli anfibi che poggiano su un fianco, come una commessa, anziani arzilli con lo sguardo da M il Mostro di Düsseldorf. Tutti pensano di reinventarsi con un feticcio, hanno bisogno di appartenere a qualcosa, per sentirsi belli e per sentirsi meno ridicoli. L’effetto non è scontato, almeno da fuori. Oltrepasso le cabine aperte, tre uomini sono distesi a terra su una griglia di metallo, sono pieni di piscio e ne aspettano altro. Forse per tutta la notte andrà così. Si inculano in gruppi, si infilano in cunicoli sempre più bui e stretti. Un amico mi ha raccontato di un locale, ad Amsterdam, dove il gogoboy, cioè quello che balla in cruising o bar, si faceva succhiare ma pulendoselo tra un cliente e l’altro, proprio come il rito del bacio della croce prepasquale, dove tutti baciano la croce e il prete passa una pezza per il bacio successivo. Questioni igieniche, cortesie, che non si usano qui. Quanta libertà, quanto progresso. Sarà un caso che la città che ospita una comunità musulmana tanto numerosa non ha né turchi né arabi in club di questo genere? Sicuramente è quel che altri chiamerebbero “casualità”. Io la chiamo: restrizioni che ti salvano la vita.
Poi esco, il party è appena iniziato ma la claustrofobia mi impedisce di rimanere. Risalgo in superficie. Vado verso il Berghain.

VOI NON CI CAPITE -Berghain

La fila parte da lontano, ma noi stasera non perdiamo tempo. Di solito non si viene alle 2 di notte del sabato, la fila è immensa e passi mezza nottata come uno zombie a fissare la testa di quello di fronte a te. I buttafuori lo sanno, disprezzano chi non conosce certe regole base. Di solito si viene la domenica mattina, e si rimane fino a quando chiude, ma siamo qui e superiamo tutti. Superiamo i raver con il cappello da new yorkers e la canotta ascellare che lascia intravedere il tatuaggio sul torace glabro; superiamo le tipe con la gonna e i leggins e il top vintage senza trucco fuorché il rossetto; superiamo il gruppo di australiani che urlano e che non entreranno mai, perché se parli sei fuori; saltiamo anche i macho-man con la barba tagliata geometricamente sopra lo zigomo e la catena di ferro, voi siete dentro; oltrepassiamo i turisti (quelli che ce l’hanno scritto in faccia che sono turisti, faranno la fila per tutta la notte e verranno rimbalzati), i cinesi goth, i francesi, i russi. Superiamo tutti, siamo scorretti per questa sera. Dobbiamo raggiungere l’interno, da dove proviene la musica, perché lì dentro stanno raggiungendo il satori. O per lo meno credono di. Anche se schiumano smascellando su una sedia fuori dai cessi, in una pozza di piscio e vomito, stanno raggiungendo l’illuminazione. Superiamo persino quelli con la camicia sbagliata, a quadri, come in una cazzo di serata bear. Voi siete fuori.

Non. Facciamo. Alcuna. Fila. Entriamo, ci perquisiscono, timbro, e sorridiamo. Siamo dentro.

Voi non capite: questo è il club per ogni giovane del mondo che vuole rinchiudersi in un parco divertimenti senza pensieri, bere, sballarsi, fottere e fottersi. Bere bere bere. Sballarsi. Fottere. C’è la techno migliore del mondo. Dum dum dum, toomb, durum, durum. Tutto in una scatola nera con luci stroboscopiche: siamo dei pacman sorridenti. Da quando l’Ostgut ha chiuso nel 2003, celebrando con un 30 hours non-stop party prima del botto definitivo, l’eplosione-demolizione del magazzino ferroviario, il club si è trasferito qui, nella ex centrale elettrica. Il nome è la fusione di due quartieri: Friedrichshain e Kreuzberg. Acciaio, cemento, vetrate. Passare tutta la notte ballando, fino ad avere crampi alle gambe e piedi gonfi. Voi non ci capite. Qui ci suonano Ben Klock, Marcel Dettman, Matthew Dear, Cristian Vogel, ci suona Minilogue. Chi sono? Voi non ci capite. Zone industriali trasformate per il business della club culture. Berlino, una città fondata su bar semivuoti e senza un’industria è riuscita a capitalizzare il tempo libero dei giovani e a prolungare quello dei meno giovani. Voi non capite, ti regala tempo. Anzi, ti regala l’illusione di avere più tempo. Si entra e lo avverti da come trema il pavimento, ancora prima di fare la rampa di scale al piano superiore, quello con 18 metri di soffitto, che stai per entrare in un’altra dimensione. Molti si drogano, è vero, ma fa parte dell’esperienza fisica. È il tuo corpo che scopa con la musica, e non solo. Tutti sono sexy: la ragazza coi capelli biondi sudata, disidratata, che si è scordata di bere dopo l’ultima pastiglia di ecstasy: lei è sexy. Voi non ci capite. Voi. Non. Capite. Il ragazzo perso, che socchiude gli occhi e ondeggia, è bellissimo. La cinese in reggiseno nero e frangetta che si dimena, piena di energie, lei lo sa. Lei è qui, vicino a te. Il ragazzo con i suoi movimenti, quello che ti sorride, quello che condivide con te tutto questo, anche lui è bellissimo.  Qui si rimane adolescenti per sempre, o lo si ritorna, o si finisce per raggiungere quello che si desidera: farsi svuotare il cervello, rimanere nel limbo, e rimanere appesi alle casse. Anche se non ti droghi sei fottuto con quell’impianto. Brunch+bici verso il Berghain+ techno + limonare = paradiso. Voi non ci capite. Dite lavorare? Noi non ci capiamo. Qui si lavora pure, ma quando il doppio beat ti fa muovere il culo e le frequenze alte ti si infilano nel cervello sei pronto: sei libero, puoi fare qualsiasi lavoro sottopagato di merda e sentirti bene. Sei nella tua comunità cool perché qualcuno ha scelto di lasciarti vivere qui, per una notte, per una mattina, ma che senso ha, tanto dentro non esiste più giorno e notte, esiste il tempo del Berghain. Questo posto ti protegge, cazzo!

Voi non ci capite.

FUCK ME NOW, LOVE ME LATER

Bagno. Incrocio un biondo che mi dice che sono sexy e siccome ho bisogno di feedback positivi me lo porto dentro un cesso. Spaccia. Vuole succhiarmi il cazzo, e lo fa, solo che si interrompe continuamente con tipi che bussano alla porta e che vogliono scambiare droghe con lui. Entra un israeliano, 22 anni, e si presenta: «Karim, hot cock man». Si riempie il palmo della mano con la chetamina, proprio attorno a un tatuaggio a forma di cerchio, il pompinaro biondo si alza, prende una chiave e se ne sniffa un po’. Ribalta gli occhi e torna giù: «can you cum in my mouth please?». Salute. Una volta un mio amico ha pisciato in bocca a Wolfgang Tillmans, pare che fosse così fatto, il mio amico, che Tillmans bevendo abbia fatto una doppia razione di droghe e abbia perso il controllo. Artisti. Karim armeggia con una bottiglietta, è G, un antidepressivo di moda insieme allo speed; me la offrono gentilmente ma io rifiuto: non voglio ritrovarmi dalla loro parte. «Do you live in Berlin? Where are you from?», intanto il pompinaro biondo fa un po’ di schiuma con la bocca aperta, ma non è niente di grave. Finché non collassa non mi preoccupo. «Italy. I don’t live here» «I’m from Israel». Piacere. Più tardi mi sbatto anche lui.

«I’ll be brand new, brand new tomorrow. A little bit tired, but brand new!»

Quante libertà a Berlino. A. il mio amico che vive da anni qui, è uno dei pochi con un lavoro di successo. È un bravo grafico, uno di quelli che abbiamo sognato tutti di essere una volta nella vita. Siamo andati a Schöneberg, zona ricca dell’ovest dove vivono coppie gay, cioè un posto sfigato dove non metteremmo mai piede. C’è una grossa festa di preparazione al gay pride. Tuffo negli anni ’90. Sembra di stare a Riccione: tizi mal vestiti di ogni età, tamarragine mal dissimulata, banchetti in cui a currywurst e partite a scacci queer si lotta ai diritti omosessuali. Tra i freak di varia natura noto un curioso omino vestito da palombaro. Tutti insieme perché Berlino ama le minoranze, e ogni emarginato sociale è bene accolto. Un sussidio per ogni perditempo non si nega a nessuno. Berlino è riuscita a fondare il suo turismo attorno a un’aura fighetta costituita da mille gallerie (senza un marcato dell’arte), designer («che lavoro fai?» «Ho un progetto»),pochi monumenti superstiti (mezza città rasa al suolo e ricostruita magnificamente), e i club. La club culture è uno dei principali motivi per cui i giovani vanno a Berlino, mica vogliono vedere il parlamento. E i gay. Il mercato dei gay è molto apprezzato: comprano, spendono, portano denaro, fanno funzionare posti come il Berghain unendo progressismo e apertura mentale a spirito underground. Il turismo gay, quella cosa che in Italia non sappiamo cosa sia. Noi solo lobby sgangherate.

Tante libertà, forse troppe. Tutti questi vizi non possono durare per sempre. Prima o poi torna giorno, e si deve uscire di lì e tornare al lavoro, riprendere a vivere.

A NESSUNO FREGA. (Presunti scandali sessuali tra professori e studentesse).

Inizialmente siamo portati a credere si tratti di rabbia da rifiuto. E’ il 1998 e Matt Dillon è ancora un sex symbol. Il film si chiama Wilde Things, ma in Italia è uscito come Sex Crimes, a cui un titolista italiano, non soddisfatto, ha sentito il bisogno di aggiungere “- giochi pericolosi”. Come se non fosse abbastanza chiara la parola sesso. Era il 1998, Dillon era appeso alle pareti delle teenager, e nel film interpreta un professore che viene accusato di stupro da due studentesse. Ma noi non vediamo mai quello stupro e questo ci lascia supporre, a ragione, che non sia mai avvenuto. Quel che inizialmente sembra chiaro a tutti è che le due stanno mentendo. Il motivo, ma questo solo inizialmente, perché il plot cambierà una decina di volte prima di rivelarsi in tutta la sua manipolazione, è il rifiuto di Matt. «Una ragazzina non potrà mai farmi venire», è questa la frase ingenerosa che ha scatenato l’ira della studentessa, Theresa Russell. Peggio di essere molestata è il non essere riconosciuta come ninfetta. Continua a leggere

large

GENERAZIONE ____ (riempite a vostro piacimento)

Ho due nonne molto diverse. Una ha 87 anni e la sua idea di felicità è «andare nel bosco, c’è un bel silenzio… e se poi muoio finisco tra i mughetti», l’altra ne ha **, e non l’ho mai vista senza tacchi: «Solo in spiaggia me li tolgo». Una di campagna, l’altra di città. Una indossa gli stessi vestiti da una vita, già fuori moda cinquant’anni fa, l’altra adora fare shopping e passa i suoi acquisti meno felici alle nipoti ventenni. Continua a leggere

IN PALESTRA. Conversazione

Oh, ‘ste cazzo di scarpe costano novanta euro no-va-nta!» dice il ragazzo rasato in accappatoio bianco all’amico. Escono dalla doccia. Avranno entrambi diciott’anni e io, per fortuna, mi sto rivestendo.
«Eh lo so oh, costano un cifro» fa il biondino, sedendosi sulla panca.
«Oh, la Vale ha iniziato ad uscire con quei suoi amici froci. Ce n’è uno che è proprio frocio, ma tanto; i vestiti… caaaazzzzzooooo», pronuncia quella parola lentamente, come fosse stanco di dirla. Chissà quante volte gli è uscita da quella bocca perfetta.
Hanno entrambi la faccia di due che non hanno mai aperto un libro. Sono meravigliosamente sotto-istruiti. Sono dannatamente sexy. Il ragazzo che non sopporta gli amici froci di quella presumo essere la sua ragazza ha un tatuaggio tribale sul collo. Peserà in tutto 55 kg, non è molto alto e rimane nudo a pochi metri da me fissandosi i muscoletti e considerando i progressi della palestra con occhiate soddisfatte. Immagino la fidanzatina schifarlo per la magrezza e dirgli «ingrassa un po’, vai in palestra», e io non so che darei per leccare quella pelle glabra, elastica, perfetta. Sono sicuro che la ragazza gli succhierà il cazzo per pochi secondi, senza impegno, solo per tenerlo buono. Questo prima di farsi venire nella fichetta sperando di non rimanere incinta “non questa volta, ti prego, non questa volta”. Adorabili problematici ignoranti.
Un tizio sui quaranta li saluta ed esce.
«Oh pure quello è frocio secondo te?» chiede il biondino, il più tonto, che mi fissa coi suoi occhi blu mentre io fisso il suo amico, che mi dà le spalle muscolose. Purtroppo ha un brutto culo, troppo magro. La cosa mi indispettisce, ma quando si cosparge di pessimo AXE mi riconquista. Si infila dei pantaloncini larghi e una collana.«Minchia se è frocio. Certo! Lo riconosci dalla voce». Io gli passo vicino, lo fisso negli occhi e gli sorrido. Vorrei dirgli: farei qualsiasi cosa per leccarvi, te e il tuo amico, siete stupendi. Vorrei dirgli che il loro disprezzo per i froci li rende estremamente sexy. Vorrei avvisarli che non saranno mai più così; cresceranno e saranno educati all’etichetta del buon senso. Finiranno per infrociarsi e ingrassare, e dovranno tornare in palestra per dimagrire. Ma non lo faranno. Non gliene importerà più nulla dell’essere maschi. Lo saranno quando qualcuno, improvvidamente, gli taglierà la strada in macchina, e loro sbraiteranno bestemmie picchiando sul volante. Punto. Non saranno mai più pieni di ormoni ed eccitanti come lo sono ora. Lì, in tutta la loro inconsapevole bellezza adolescenziale. Se avessi più tempo gli spiegherei come capitalizzare quel loro corpo vivo.
Ma devo andare.

Io, gay a 15 anni esisto, e sarò il vostro modello.

CARO direttore, questa lettera è, forse, la mia unica alternativa al suicidio. Sì perché mi farò  seppellire vivo la prossima volta che qualcuno userà il vittimismo come una Mia Farrow qualunque per ottenere diritti che, noi giovani omosessuali occidentali, dovremmo già possedere, coerentemente alla società gay-friendly in cui viviamo. Era Walter Siti in Troppi paradisi a identificarsi con un modello occidentale forse perdente e in decadimento ma di sicuro conformista e generalizzato. Lo faceva presentandosi con una brillante cavatina cantata nell’orecchio della minoranza eterosessuale: «Io sono l’Occidente perché appartengo a quel tipo di omosessuali che hanno fornito il modello dell’Immagine come obiettivo del desiderio». Tiè. Continua a leggere

la grande bellezza

La Grande Bellezza – una recensione cialtrona

Se si potesse decifrare un film dalla colonna sonora direi che La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino è il suo Tree of Life: un po’ di musica sacra (John Tavener, Arvo Part), che negli ultimi dieci anni trovate in qualsiasi installazione audiovisiva da San Giuseppe Vesuviano in su; un po’ di musica elettronica sofisticata (Somersault, Gui Boratto) mista a dance-techno baraccona, eccessiva (Sinclair), di quella sudamericana (El gato dj), o grottesca (Exchpoptrue). L’effetto è un po’ cinepanettone, fra dieci anni diremo: «le canzoni che abbiamo tanto ascoltato in quel periodo».

I primi cinque minuti sono un mal di testa di movimenti di macchina, infatti un giapponese ci rimane. Servono a spiegare agli stranieri che siamo a «Roma, lì dietro, ferma e assolata, monumentale e bellissima. E insensibile». Poi ci sono i migliori dieci minuti del film, la scena che ci spiega perché gli over 50 non dovrebbero andare in discoteca. Ma ci vanno. E se si lascia perdere il tentativo di demonizzare la discoteca come luogo falso di perdizione (ché le cose vere sono l’odore della nonna e lo sguardo dei bambini che ridono e giocano, mica l’alcol e la droga), ci si diverte. Anche perché è l’unico momento in cui le immagini hanno senso e nessuno parla, il che è un sollievo. Continua a leggere

Lasciarsi ai tempi di Facebook, ovvero nulla che voi non sappiate già

Ho appena visto un video amatoriale in cui viene inquadrato _____ e una molle femminea voce fuori campo dire: «siamo qui a comprare le bici gemelle, c’è anche il solito moroso». Il. solito. moroso. (Qualcuno si è scordato di avvisarmi).  E che cosa cazzo sono le «bici gemelle»? Hai quindici anni?

Ahhh la rimozione, quanti danni fa. Pensavo di essere in una relazione a distanza, dopo quattro anni, e niente, mi ritrovo col profilo di un Ken più basso e tendente all’ingrasso che prende il mio posto. Non so se devo sentirmi più offeso dal fatto di non essere stato informato di essere di troppo o dell’essere stato sostituito così malamente. O dall’aver usato troppo la parola “essere” in una frase. Oppure per l’immagine indelebile di loro due in giro per Bologna su due bici uguali, a scampanellare coi cestini pieni di fiori e  con la scritta FROCI su quelle loro fronti sudate, piene di glitter, residui di notti pazze passate in club dove io non metterei piede.

«E’ solo una fottuta shampista!», dice all’amico Woody Allen in quel ritratto matrimoniale che è Mariti e Mogli. Io qui, è chiaro, sono Judy Davis per sceneggiatura e Lui è certamente Mia Farrow, quella che piange e si dispera ma poi ottiene sempre quello che vuole facendo del male a tutti.  Continua a leggere

Disturbo passivo aggressivo: Femminicidio&Omofobia

Il problema dell’omofobia e che ce n’è poca. Riuscite ad immaginare uno spot peggio di: “siamo tutti vittime”? (Se non sono ripugnanti non van bene). Ma quale categoria preferisce proiettarsi come soggetto debole e sottomesso per rivendicare diritti? Forse solo le donne del Femminicidio, ennesima puttanata dandinesca.

C’è qualcosa di male nello stigmatizzare la violenza? Assolutamente no. Sulle donne, su omosessuali, transessuali, anziani, bambini, cani, gatti, canarini. No; siamo tutti d’accordo. Ma il livello del dibattito vittimizza e indebolisce. Se la violenza non basta più per creare empatia ci si inventa nuove categorie di nicchia. La vittima era un gay? Si tratta di omofobia. Una donna viene sfigurata con acido? E’ un crimine di genere!

Spiegatemi la differenza tra quelli che, ogni volta un nero o un extracomunitario compie un reato contro un italiano, dicono: “ci vogliono leggi più dure contro gli stranieri”.  Immaginate un italianicidio con libri, allegati di Repubblica, spettacoli teatrali, comparsate in talk show politici e così via. Lo so che l’obiettivo è ispirarsi alla Svezia senza avere le leggi svedesi. Prendere solo la folle gender equality. E siccome l’obbiettivo è lontano, meglio iniziare a costruire parcheggi speciali, si diranno i campioni di progressismo.

Qui siamo contrari a discriminare sia negativamente sia positivamente, e non servono aggravanti per leggi che già tutelano. Casomai si potrebbe riaprire un discorso sulla mala giustizia, che è difficile da portare in teatro con Paola Cortellesi cono le colleghe tv, ma ci si può provare. Potrebbe persino essere utile.

Lancio anche io il messaggio a reti unificate. Me ne fotto se mi chiamate frocio. Non me ne può importare di meno. Lo sono. Non mi importa neanche se chiamate un negro negro. Non è certo bianco. E non è di sicuro: “di colore” (di quale colore?). Anziché arrovellarvi su come chiamarci, nel bel mezzo dell’ansia politically correct, arrendetevi al fatto che la modernità, nei paesi civili in cui vorreste vivere, dà più diritti a negri e froci di quanti ne avete voi bifolchi etero bianchi in via di estinzione. Siamo nell’era del meticciato e della queerness e voi mi volete *concedere*: “riconoscimento delle unioni anche in Italia”? Non so se ve ne siete accorti ma presto saremo noi a imporvi l’agenda. Non siamo in Nicaragua. Più diritti e meno lagna.

Poi non sconvolgetevi se i vostri figli scrivono tweet di questo tenore.

1.  L’afasico.

2. Quelli che l’antica Grecia.

3. Quelli che chi siamo noi per giudicare, che c’entra? Giudica pure. Ma chissenefrega del tuo giudizio se devo prendere la reversibilità della pensione del mio compagno? Un popolo di egomaniaci.

4. L’esperto teologo.

5. Quello che ci prova, ma gli riesce male.

Scandal, o single per sempre

«Come riesce Shonda Rhimes a mantenere il successo se i network sono in crisi?», si chiede il New York Times in un pezzo sull’autrice ABC di Grey’s Anatomy, Private Practice e Scandal. Tutti successi di pubblico. La seconda stagione di Scandal ha ottenuto otto milioni di spettatori a settimana. Nonché la più twittata. A ogni episodio 190.000 messaggi ordinati per hashtag. Non male in periodo di cancellazioni preventive.

Non so decidermi se Shonda Rhimes sia la nuova Aaron Sorkin con scrittura più femminea e strappalacrime, o più Joss Wheadon, ché con la Shondaland Production ha creato un vero e proprio shondauniverse reso possibile grazie a: 550 attori, sceneggiatori, produttori, tecnici e così via. Forse è entrambi. Continua a leggere

laura-boldrini-nuda-foto-fake-770x512

Laura Boldrini è più vanitosa di Beyoncé Knowles?

Più pericolosa dell’“anarchia del web” solo la paranoia. In una ormai famosa intervista Laura Boldrini esprimeva un certo malumore riguardo alla propria reputazione online. Pare ci fossero centinaia, anzi, migliaia di messaggi che minacciavano di morte la Boldrini in uno di quei “tipici effetti valanga che la Rete produce”.

La procura di Roma ha perto un fascicolo per rintracciare i possessori di photoshop responsabili dei fotomontaggi incriminati. Poi ha indagato per diffamazione il giornalista Antonio Mattia, colpevole di aver improvvidamente pubblicato su Facebook una foto di una falsa Boldrini nuda.Oggi è toccato, pare, a tale Alessandro M., che ha aperto la porta alla polizia postale, la quale gli ha intimato di togliere da internet le immagini e i commenti da bullo. Uno faceva così: «Popolo del tweet, inviamo un fotomontaggio osé al presidente Laura Boldrini, che ci denunci tutti, come in Corea».

Peggio dell’“anarchia del web” solo il narcisismo di chi vuol proteggere la propria immagine online.

enhanced-buzz-14403-1360096977-0Difficile dire se Beyoncé Carter-Knowles sia più brava, più bella o più vanitosa. Quando BuzzFeed ha pubblicato le di lei ingenerose foto della performance al SuperBowl è arrivata una mail da Yvette, l’addetta immagine, che faceva più o meno così: «levate quelle foto perché fanno sembrare Beyoncé brutta e la cosa le crea, anzi, ci crea, seri problemi». BuzzFeed non l’ha fatto, mica sono in Corea, e ha maramaldescamente pubblicato la mail, ciò ha amplificato la portata delle foto per quel “tipico effetto valanga che la Rete produce”. Mica perché siamo tutti divertiti e un po’ sapidi nel vedere una strafiga fare smorfie, sia chiaro.

Beyoncé ha risolto impedendo l’accesso ai suoi concerti ai fotografi non professionisti (leggi: a quelli che credono di essere così liberi di scegliere come veicolare l’immagine di una che lavora per costruirla in ogni dettaglio). Non ci sconvolgeremo se vorrà fare lo stesso Laura Boldrini, ma lasci perdere tribunali, guardie e leggi speciali.

P.s. Mi perdoni se ho scelto una foto poco lusinghiera per questo post.