Su Marina Terragni, le Iene e le borsettate al buon senso

Se Marina Terragni guardasse la tv sono certo che persino lei potrebbe capirla. Ma non lo fa, però ci scrive sopra.

Quindi quando ha visto su Blob (perché l’unico canale sbloccato nel televisore di chi non guarda la TV è Rai Tre) un «energumeno di Italia 1» (Enrico Lucci) che inseguiva Maria Elena Boschi dandole della strafiga, cos’altro doveva pensare se non che si trovava di fronte a una «molestia sessuale». Marina Terragni certamente conosce la differenza tra personaggio e persona, e se guardasse la tv saprebbe persino riconoscerla quando ce l’ha davanti agli occhi. Schermata 2014-03-01 alle 22.20.26

Io guardo la televisione e non mi scandalizzo. Il servizio si chiama “SPERIAMO BENE!!!”, e Lucci intervista tutti i neoministri del Governo Renzi ironizzando sulla loro competenza nel ruolo assegnato. Lo fa con uomini e donne. Lo fa nel ruolo del personaggio romano sboccato, sessista, che fa le domande dirette e burine. In particolare a Boschi chiede come pensa di cavarsela ai «rapporti con i membri del Parlamento». Lei gli risponde con un garbato: «Stai esagerando».

Terragni scrive sul suo blog che « la neoministra avrebbe dovuto reagire, quanto meno minacciando la troupe tv di fare intervenire le forze dell’ordine» (io non so cosa sperava di vedere, forse una borsettata come quella della Marini a Lucci quando lui tentava di ripetere lo sguardo sotto la gonna di Benigni-Carrà, o come la moglie di Bertinotti, la quale rispose con uno «stronzo» al «Questa è la donna che ha rovinato un comunista»). Ma non gliene fa una colpa: «Forse, semplicemente, Maria Elena Boschi non aveva voglia di fare un caso, in una giornata tanto importante per lei». E così ci pensa lei sul suo blog a dire che mica bastava la Boschi a scansare Lucci, ci volevano i manganelli, ci volevano le multe! Ha scritto che ci vorrebbe una sanzione. Terragni propone quindi di multare uno per proteggere un pubblico che ne sa più di lei e che si difende benissimo. (Lasciamo poi perdere che quando gli insulti sessisti erano diretti a donne di destra – Carfagna, Santanchè e Gelmini-, ci andava a tutti benissimo perché quelle lì mica erano donne).

Fortuna che non ha visto il resto del servizio. Magari nella parte in cui Lucci si trova dietro a Marianna Madia quando lei dice che ha appreso della nomina da Ministro per la Semplificazione mentre guardava Peppa Pig. Lucci commenta: «No, dici ‘sta cosa perché vuoi far sapere che sei del popolo, non è vero: stavi a fare un cocktail a Capalbio»; poi aggiunge: «Ti sei complicata la vita» e «come fai ad allattarlo, tiri fuori la zinnetta in Parlamento?» e «Perché ti hanno fatto ministro proprio a te e non a me? Perché hai la pancia?», poi si toglie la maglietta per mostrare la sua pancia. A Maurizio Martina, Ministro dell’Agricoltura, dice che ha troppa forfora, a Filippo Sensi, capo ufficio stampa di Renzi, dice: «Sei sicuro che Renzi non ha detto troppe bugie, come il mio amico Mustafà che lo piglia in culo e dice che sta a scopa’?». Al neo-ministro all’ambiente Galletti: «Sei sicuro che vai bene, famme senti’ l’ascella». Devo continuare?

Lucci va anche da Pannella dicendogli: «Ti rode il culo che Bonino non è più ministro degli esteri». Lui,  molto poco vittima e più bullo di tutti risponde con: «Scusa, occupati del tuo culo che mi hanno detto che è sporco anche il culo, non solo la faccia. Stammi bene». Ma stiamo parlando di un fuoriclasse, non si può pretendere lo stesso dagli altri che hanno fatto la cosa giusta: sorridere garbatamente, allontanarsi, ignorare. Difendere il moralismo delle Iene è persino troppo, ma la retorica rainbow di Terragni è fuori tempo e fuori dal buon senso. Quella di Lucci potrebbe persino essere letta come una provocazione: riversare il pensiero comune (quello democratico, er popolo) addosso alla classe dirigente che ha bisogno di voti (avevano?) e deve confrontarsi con una grande verità: il popolo è orrendo. Non è sofisticato, non è gentile, non è colto: è orrendo. Quelle frasi di Lucci avremmo potuto leggerle su Twitter da persone reali.

Magari la Terragni ha ragione, magari gli spettatori delle Iene sono tutti dei gonzi incapaci di distinguere un personaggio sboccato e volgare (il personaggio di Lucci da vent’anni) da quella di un intervistatore serio. L’umorismo di Lucci si basa proprio su quest’ambiguità. Proporre il metodo Valeria Marini a tutte le donne però non mi pare molto empowering.

Madia, la più popolare della classe del Governo Renzi

Tutto questo understatement di Madia non so se mi convince. C’è questa intervista del 2008 in cui scopriamo qualcosa su di lei, anzitutto che finge malissimo, dal: “che sono carina lo dice lei” al “non mi ricordavo neppure di aver fatto quel discorso al funerale di mio padre, quello dove c’era Veltroni, quello dove fui notata”. Figurati. Ma c’è una cosa che mi perplime, il fatto che ci tenga a specificare la votazione in «Scienze Politiche con indirizzo economico: 110 e lode», spero che qualcuno le abbia dato una pacca sulla spalla; abbiamo anche le foto con la corona di alloro? E invece no, ha ragione lei! (E questo sottolinea che io sono un cialtrone e lei è nel governo). Si presenta a Letta e nel curriculum non ci scrive niente, perché è giovane e non ha fatto un cazzo tranne che frequentare – com’è giusto che sia -luoghi frequentati da quelli che ti possono dare un lavoro (Cossiga, Minoli, Letta, Giulio Napolitano – la conoscono già tutti). Quindi, colpo di genio: scrive sul curriculum la data in cui prenderà la lode – se mi avesse chiesto cosa ne pensavo l’avrei certamente sconsigliata. Cfr. sopra- e quelli del PD le rispondono che se veramente la prenderà, questa lode, c’è un posto per lei! Il finale è sublime. L’intervistatore le chiede se è fidanzata, non capendo i fondamentali: una che ancor prima di laurearsi aveva nella rubrica telefonica i numeri che lui per averli dovrà succhiare svariati ghiaccioli, secondo lui ha tempo da perdere? dimostra di non aver capito niente. Quelle più fighe non ci escono con gli sfigati.

I giochi olimpici invernali a sochi e Putin e il compleanno di Facebook

http://www.rivistastudio.com/editoriali/politica-societa/i-giochi-di-putin/

Non è vero che la Russia è illiberale. Chiunque volesse protestare ai prossimi Giochi olimpici invernali, ospitati a Sochi dal 7 al 24 febbraio nella democrazia sovrana di Putin (copyright Vladislav Surkov) potrà liberamente farlo nella «zona di protesta», accanto alle altre manifestazioni che hanno superato l’approvazione della polizia. L’unica scomodità è che la zona si trova nel villaggio di Khosta, aundici km dalla sede olimpica più vicina, nel bel mezzo del nulla, e le dimostrazioni non devono riguardare direttamente le Olimpiadi. Non sappiamo se verrà effettivamente utilizzata, ma tra terroristi ceceni, esorbitanti costi dovuti alla corruzione (oltre 50 miliardi di dollari: già un primato) e leggi anti-propaganda gay, qualche critica è prevista. Manifestate pure; lontano da qui.

e questo http://www.linkiesta.it/buon-compleanno-facebook

Sono passati dieci anni da quando Mark Zuckerberg sciabattava per Harvard in pigiama, promuovendo quello stile business casual che sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica. Dieci anni, da quando registrava il 4 febbraio 2004 TheFacebook.com, insieme a tre compagni — Eduardo Saverin,Dustin Moskovitz e Chris Hughes —, facendo diventare un simbolo della cultura universitaria americana (l’annuario scolastico)  uno strumento di comunicazione internazionale, che di lì in poi avrebbe plasmato la vita e le abitudini più o meno di 1,23 miliardi di utenti attivi al mese.

Coming out ieri/oggi

Mi hanno appena rifiutato un pezzo su Pride perché «Non è convincente». Cioè non è abbastanza orgoglio arcobalenoso. E di fatti non lo è. Lo do a voi che siete di bocca buona, che non vi fate problemi se sostengo che i gay non sono menati ogni giorno in Italia. Non ha titolo, è sul coming out ieri/oggi.

È uno strano paradosso: l’unico modo per esser dentro è uscir fuori. Fare coming out significa proprio questo: stare dentro alla sfera pubblica uscendo dal silenzio privato. Un giorno un giornalista omosessuale fece allusioni su un giornale scrivendo che Marcel Proust fosse gay. Proust, che da adolescente scriveva lettere al figlio di Bizet in cui ci provava sfacciatamente, e che era solito passare il suo tempo coi camerieri del Ritz, gli rispose con un duello. Unico problema: era di mattina. Proust era più preoccupato di doversi alzare che di rischiare la morte, poi andò tutto bene, ma questa storia ci insegna di quanto “l’onore” valesse la propria vita. Dire che ti innamori dello stesso sesso nel 2013 non è pericoloso in Occidente. Qualche progresso lo abbiamo fatto da quando esisteva l’opposizione “rispettabilità sociale vs gay”, negli anni in cui era legale licenziare per «comportamenti omosessuali», e si realizzavano video didattici — come quello della polizia della California nel 1961 — con lo scopo di aiutare gli studenti a riconoscere gli omosessuali nascosti tra le persone «normali». Prima di Harvey Milk, prima dei moti di Stonewall, prima di Zapatero, Hollande, Cameron e delle leggi europee sul matrimonio, prima persino di Barack Obama, il presidente più gayfriendly americano, dire di essere gay era un grosso problema. Le discriminazioni, spesso violente, erano infime e vigliacche, e impedivano di vivere serenamente. Per essere più chiari: ciò che oggi è la Russia. Continua a leggere

Abramovich l’artista che volevich

Schermata 2014-01-21 alle 22.20.49«Bologna è un problema per il paese» (cit. Andrea Minuz) Prendi Marina Abramovich (Marina Abramović), ovvero la Wanna Marchi serba, e la citi ai tavoli delle osterie-ristoranti-bar bolognesi (sprovvisti eccezionalmente di lambrusco e tortellini: solo arte vuota) in occasione di Artefiera unendo la nudità di Imponderabilia (1977) a L’artista è presente (quella cosa per cui tu fai la fila come in posta o all’Esselunga di domenica, e lo fai per fissare l’artista: lei ogni tanto piange perché è sensibile. Continua a leggere

Traviati

Francesco Maria Piave ha scritto un Pretty Woman senza lieto fine, e prima che Julia Roberts diventasse il nostro mito vendicandosi con le commesse snob che lavorano su commissione. Lo ha fatto molto prima, nel secolo noioso, adattando la Signora delle Camelie, un romanzetto ottocentesco scritto da Alexandre Dumas (figlio), divenuto soggetto de La Traviata (parte della Trilogia Popolare verdiana). Piave, il nostro librettista, ha dovuto sforbiciare molte cose – la censura lo imponeva – quindi niente camelie (simbolo di disponibilità sessuale se bianche, e di castità se rosse, portate con sé nelle sue passeggiate da Marguerite Gautier, una famosa puttanona). Continua a leggere

Barbareschi come Stefania Nobile: la responsabilità degli altri.

mitomanieDomenica doveva essere il giorno della redenzione. Stefania Nobile, figlia di Wanna Marchi, era ospite di Barbara D’Urso a Domenica Live. L’obiettivo era di rivelarne il vero carattere. Ci è riuscita. Tra le frasi che ricordo con piace ci sono: «Andavo d’accordo con tutti in carcere», e anche: «Mia madre, Vanna Marchi, è un mito internazionale». Durante il programma è apparso chiaro che Stefania è l’eroismo piegato al male.

In un’intervista Luca Barbareschi, regista di Something Good, parla del tema del suo film: l’assunzione di responsabilità. Il tono di Barbareschi è lo stesso di Stefania Nobile a Domenica Live, la quale difendeva la propria condotta da simpatica fascistella romagnola («A me i pentiti non piacciono, fanno schifo»), unendola alla legge della strada («Io non mi pento, ho sbagliato, ho pagato e ora sono libera». Ho sbagliato, pago, ma non sono neanche lontanamente disposta a scusarmi con le vittime). Anche Barbareschi dice: «L’assunzione della responsabilità per me è importante più ancora della redenzione o del pentimento.» A proposito di colpe, dopo aver detto cose giustissime sui festival – che sono finti, che premiano sempre gli stessi-, non riesce  ad ammettere il proprio fallimento, cioè di aver fatto film che il pubblico non ha amato: «fu proprio imbecillità della gestione». Certo: se il pubblico non ti guarda non è che hai fatto un brutto film, è che non ti hanno distribuito bene come con Sorrentino (orribilmente privilegiato!). Mi ricorda la Nobile quando Barbara D’Urso tenta di farla pentire pubblicamente, e Stefania invece dice: «Truffa è tante cose…» come a dire: tutto relativo, chi può giudicarmi? (Poi se la prende con Bruno Vespa che avrebbe messo in dubbio la sua malattia durante una puntata di Porta a Porta, lui telefona in trasmissione con una delle chiamate più agghiaccianti della storia delle chiamate. I due litigano. Vespa sgrida la D’Urso che, sbagliando, non lo difende. «Sei proprio brava Barbara a tenere questa signora buona».) La mitomania di Barbareschi è la stessa di Stefania Nobile quando lui racconta, senza un filo di imbarazzo, l’incontro con Spielberg (e il giornalista è abbastanza malefico da aver titolato Luca Barbareschi: «Caro Spielberg, guarda qua»).

Era lì che giocava a scacchi da solo su una macchinetta tipo computer che gli aveva regalato Lucas e io gli ho chiesto: “Come faccio a diventare come te?”. Una domanda infantile in fondo. E lui mi ha detto: “Hai ragione. Fai come faccio io. Prenditi 10 mila dollari, un po’ di pellicola, scrivi una bella storia, e buttati”. Tornai a casa e scrissi il mio primo film, Summertime

Ecco come nascono i mitomani. Uno ti dice che basta avere una bella idea e buttarsi e uno sente solo «buttati». A pensarci bene l’unica vera differenza tra i due è che Barbareschi cita la doxa di  Parmenide («Alétheia e doxa»), mentre Stefania Nobile, più coerentemente e onestamente, perché senza l’ombra di riscatto intellettuale, cita la Dozza, il carcere di Bologna dove ha scontato la sua pena.