QUESTO BLOG NON HA SENSO (come ogni blog)

Quando ti chiamano blogger è perché non hanno intenzione di pagarti. Non c’è budget.

L’ultima volta che mi hanno proposto un blog è stato settimana scorsa. Gli ho detto che scrivo su:

Il Foglio

Rivista Studio

Ultimo Uomo

Marie Claire

e se devo scrivere qualcosa scrivo qui

Aggiungendo, non sono un blogger. Lo ero. Era il modo in cui ho iniziato anziché fare una sfiancante gavetta (per altro io non ho alcuna intenzione di fare questo come mestiere, dal momento che questo – scrivere – non è affatto un mestiere ma un hobby che una generazione, quella nata negli anni ’70, ha creduto potesse essere un’occupazione, finendo per passare metà del tempo a chiedere soldi via mail o urlare al telefono). Quindi no, rifiuto i vostri blog senza budget di progetti editoriali senza futuro (e con molto passato). Ma vi ringrazio per aver pensato a me.

Saluti,

Manuel

 

 

Coming out ieri/oggi

Mi hanno appena rifiutato un pezzo su Pride perché «Non è convincente». Cioè non è abbastanza orgoglio arcobalenoso. E di fatti non lo è. Lo do a voi che siete di bocca buona, che non vi fate problemi se sostengo che i gay non sono menati ogni giorno in Italia. Non ha titolo, è sul coming out ieri/oggi.

È uno strano paradosso: l’unico modo per esser dentro è uscir fuori. Fare coming out significa proprio questo: stare dentro alla sfera pubblica uscendo dal silenzio privato. Un giorno un giornalista omosessuale fece allusioni su un giornale scrivendo che Marcel Proust fosse gay. Proust, che da adolescente scriveva lettere al figlio di Bizet in cui ci provava sfacciatamente, e che era solito passare il suo tempo coi camerieri del Ritz, gli rispose con un duello. Unico problema: era di mattina. Proust era più preoccupato di doversi alzare che di rischiare la morte, poi andò tutto bene, ma questa storia ci insegna di quanto “l’onore” valesse la propria vita. Dire che ti innamori dello stesso sesso nel 2013 non è pericoloso in Occidente. Qualche progresso lo abbiamo fatto da quando esisteva l’opposizione “rispettabilità sociale vs gay”, negli anni in cui era legale licenziare per «comportamenti omosessuali», e si realizzavano video didattici — come quello della polizia della California nel 1961 — con lo scopo di aiutare gli studenti a riconoscere gli omosessuali nascosti tra le persone «normali». Prima di Harvey Milk, prima dei moti di Stonewall, prima di Zapatero, Hollande, Cameron e delle leggi europee sul matrimonio, prima persino di Barack Obama, il presidente più gayfriendly americano, dire di essere gay era un grosso problema. Le discriminazioni, spesso violente, erano infime e vigliacche, e impedivano di vivere serenamente. Per essere più chiari: ciò che oggi è la Russia. Continua a leggere

Abramovich l’artista che volevich

Schermata 2014-01-21 alle 22.20.49«Bologna è un problema per il paese» (cit. Andrea Minuz) Prendi Marina Abramovich (Marina Abramović), ovvero la Wanna Marchi serba, e la citi ai tavoli delle osterie-ristoranti-bar bolognesi (sprovvisti eccezionalmente di lambrusco e tortellini: solo arte vuota) in occasione di Artefiera unendo la nudità di Imponderabilia (1977) a L’artista è presente (quella cosa per cui tu fai la fila come in posta o all’Esselunga di domenica, e lo fai per fissare l’artista: lei ogni tanto piange perché è sensibile. Continua a leggere

Traviati

Francesco Maria Piave ha scritto un Pretty Woman senza lieto fine, e prima che Julia Roberts diventasse il nostro mito vendicandosi con le commesse snob che lavorano su commissione. Lo ha fatto molto prima, nel secolo noioso, adattando la Signora delle Camelie, un romanzetto ottocentesco scritto da Alexandre Dumas (figlio), divenuto soggetto de La Traviata (parte della Trilogia Popolare verdiana). Piave, il nostro librettista, ha dovuto sforbiciare molte cose – la censura lo imponeva – quindi niente camelie (simbolo di disponibilità sessuale se bianche, e di castità se rosse, portate con sé nelle sue passeggiate da Marguerite Gautier, una famosa puttanona). Continua a leggere

Santoro, Bonev e Britney Spears

Il servizio pubblico per Santoro è quella cosa che ti riporta al 2010 parlando di mutande, viagra e melò, e fingendo sia una questione irrinunciabile per l’intero Paese. «Mia madre mi picchiava con l’anello sul viso. C’ho fatto pure un film», dice a un Belpietro scatenato una disarmante Michelle Bonev, ospite ieri sera da Santoro, il quale ha confermato di voler vivere nel giorno più bello della sua vita, quello in cui Berlusconi gli ha spolverato la sedia. Una puntata della Soap «I Love my country», in onda da circa vent’anni, in cui il personaggio che credevamo sepolto, tale Bonev, la blogger-attrice-regista-fidanzata-amante e chissà cos’altro, ha deciso che la Verità doveva essere detta. E contestualmente pubblicizzare uno dei film più brutti e divertenti di sempre, Goodbye Mama (che non è un film brutto, scusate, è un film «scomodo per il potere». Mitomania, Sono-Napoleone, eccetera). Continua a leggere

Vedo solo conigli attorno a me: Canyons e la monogamia

Billy Santoro, un pornostar di Men.com, scrive che gli ci sono voluti 35 anni per capire ciò che a me è già chiarissimo: la monogamia non fa per lui (ormai i miei riferimenti culturali sono quelli che sono). Il luogo comune vuole che per gli omosessuali sia diverso, cioè siamo più liberi. È un cliché nato negli anni della liberazione sessuale, quando i gay ripetevano di non voler essere come gli etero, di non poter basare le loro relazioni su un concetto economico come la monogamia (devo sapere che sei solo mia perché i nostri figli erediteranno tutto, e mica possono essere figli dell’idraulico). Di considerare il sesso per quel che è: una funzione fisiologica. Le cose oggi sono un po’ diverse. Era il 1998, e Advocate, magazine storico di cose gay, dedicava la copertina all’argomento: «Monogamy – Is it for us? Relationships that work with it and without it». Di mezzo c’è stato Brokeback Mountain e tutta una retorica sull’amore universale, e oggi gli omosessuali vogliono sposarsi e non sognano più una relazione queer, aperta e altrettanto problematica. Preferiscono la paritaria infelicità.

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Siete dei dilettanti

Se fossi in Vice mi interesserei del fenomeno a me noto come «Gli Adolescenti Napoletani e i millemila like»; e magari ci scriverei un articolo sensazionalistico in cui faccio il simpaticone per non annoiare il mio lettore tipo: gente che legge poco e capisce ancora meno. Se fossi un ricercatore di un inutile dipartimento di sociologia saprei già come intitolare il mio prossimo corso: «Campania Social: gli adolescenti campani sono virali», assicurandomi una media di 300 frequentanti a ogni lezione.  Che le ricette del Marketing Perfetto siano alla portata del mio macellaio il giorno successivo il loro avvenuto successo è un fenomeno che possiamo catalogare come: «Siamo tutti esperti, il giorno dopo»; ma io voglio sapere ora, subito, in questo momento: com’è possibile? Com’è possibile che degli adolescenti raggiungano cifre altissime con le loro foto e i loro status? Mi è capitata tale Chiara Nasti, una sedicenne che per via della sua misteriosa e a me inafferrabile «popolarità» (ha oltre trentamila follower su Facebook, cioè gente che si fa notificare ogni sua smorfia) ha deciso di aprire un blog (fotografico, non si è lasciata scoraggiare dal fatto che la punteggiatura sia per lei ciò che i diritti civili sono per i russi: roba da stranieri). Un tempo le adolescenti giravano sex tape che le qualificavano come la vergogna del paese; o si drogavano. Continua a leggere