FRIDAY FUCK 2-4-1
introduzione – Lab.Oratory
Certe abitudini sono dure a morire. La città che ha fatto del feticismo il suo nuovo fascismo promette che per questo venerdì non ci sarà dresscode per Fuck two for one (due drink al prezzo di uno), un naked party nelle fondamenta del Berghain, il club simbolo della youth culture internazionale e di quelli con la sindrome di Peter Pan, cioè quelli che giacché hanno superato da un pezzo l’età delle sciocchezze han deciso di trasferirsi dove possono vivere senza responsabilità per altri felici anni della loro vita—prima di essere ricoverati.
Il benvenuto al Lab.Oratory me lo dà una creatura a metà tra Popeye e Fassbinder; non so come ci sia riuscito ma si è infilato una tutina di latex che gli fascia ogni rotolo del corpo e un cappello da marinaio. Parla solo tedesco e mi fissa sospettoso. È pelato e ha la tipica faccia da crucco: naso a patata, occhi azzurri e bocca larga. Mi fa strada in quella che ha tutta l’aria di essere l’entrata principale verso l’inferno. E non mi sbaglio. Alla cassa mi danno un numero e una busta. Il numero me lo infilo nel calzino e i vestiti li butto nella busta di plastica. Sul mio braccio, con un pennarello nero, un ragazzo mi rinomina: 261. Certe abitudini sono dure a morire.
Sono tutti nudi, per di più uomini pelati e senza barba, sopra i 40. Per lo più hanno l’aspetto di teschi in movimento, con questa luce severa che taglia i volti disegnando maschere grottesche. Siamo già almeno 261 ed è presto, ne arriveranno altri. Chissà cosa sembro in questo carnaio, non ci sono specchi. Mi infilo in un cunicolo e seguo i grugniti. Giungo a una stanza buia con un divano tondo al centro e tre uomini sdraiati, con indosso solo le scarpe e i chest-harness, imbracature in pelle: cintura a croce e costrittori del torace. Un uomo, il 136, dev’essere qui da molto: infila il cazzetto in modo meccanico, ha l’aria stanca e sovrappensiero. Forse la techno in sottofondo gli ispira i movimenti. Gli altri fottono duro, si sente il rumore delle palle che sbattono sul culo. Sciapp sciapp sciapp. Sento urlare. Attorno tutti si masturbano nell’ombra, ti sfiorano con educazione; son pur sempre tedeschi.
L’odore è nauseabondo. È il tipico tanfo insalubre delle stanze in cui una decina di uomini nudi si danno da fare. Il buco mefitico di un vecchio cavallo morente: si sente sudore, alcol, fumo, sperma, piscio, popper, merda; più o meno l’alito di una troia a fine servizio. È una pozza di HIV questo posto e l’istinto è di trattenere il respiro. Il fetore pestilenziale può essere risolto facendosi due passi fuori, in cabine esterne circondate da filo spinato. Oltrepasso i copertoni di trattore e faccio una rampa di scale, verso l’alto. Dove c’è luce c’è meno sesso. Come scarafaggi preferiscono succhiarselo nell’ombra, forse per non vedere i segni che l’AIDS ha scavato sul loro viso, forse per imbarazzo. Forse perché l’estetica da olocausto ha fottuto tutti questi culi marci. Non tentano alcuna redenzione. Non so dire quanti danni ha fatto l’aspetto militare nelle pulsioni erotiche degli omosessuali, ma so dirvi che esserci inibisce ogni pensiero erotico. Penso agli ospedali e alle bare. Sondini e mogano.
Qui ogni perversione trova mercato. Ce n’è per tutti i gusti «Yellow Facts», «Fausthaus/anal deep troat», «Athletes-fit for fuck», «gummy/rubber outfit only». Nella serata fisting il Crisco, grasso alimentare famoso in America, viene venduto al bar e utilizzato per lubrificare culi per farvi scivolar dentro braccia muscolose; unica avvertenza «Just cut your nails and cum». Sesso post genitale, l’avanguardia dell’inorganico. O forse la retroguardia? Intanto la serata procede lenta, anche se non ho idea di che ore siano. Non ci sono orologi e qui tutto è scandito dalla propria devastazione sessuale. Finché c’è merda c’è party. Non so quanto tempo sia passato. La musica non ha alcuna progressione e nessuno balla. Serve solo per riempire lo spazio, è l’illusione di essere in un luogo unicamente per scopare e farlo con l’illusione sia un club e non uno scannatoio con tubi a vista, catene e cunicoli. Mi aggiro seguendo i flussi di numeri, 289, 350, 456. Leggo su un braccio persino 525, e infatti si sta stretti. Siamo tutti sudati. Si vaga con una birra come fosse una lanterna spenta, sguardo fisso su possibili prede, alla ricerca di un orgasmo che non basterà mai. Un ragazzo, sui 26, forse di più, si sistema su una sedia da dentista divaricando le gambe su braccioli di ceramica. Lì iniziano a scoparlo più o meno tutti quelli che hanno voglia di farlo. Come topi che si avventano sulla preda inerme ma mortifera. Il profilattico è discrezionale. Lui non sembra provare il minimo piacere, non tradisce alcuna espressione ma invita i passanti a non fermarsi. Mi sembra tutto fuorché umano. Se avessi un cuore piangerei.
Mi giro e uno in pantaloncini e cappello da pescatore, sui 55 anni, versa il contenuto di una piccola borraccia appesa al collo sulle gambe di un sessantenne magro, sdraiato su una sling, di quelli che potete vedere nelle spiagge nudiste, coi culi piatti e grinzosi. Questi si incazza e l’old-scout gesticola, e il linguaggio del corpo dice: «se sei lì sdraiato su una sling, che ti lamenti a fare?». Fa tutto parte del gioco, un gioco di gente marcia. Abbasso lo sguardo e un tipo mi sta leccando le scarpe. Lo scosto e cammino seguendo il flusso di numeri, 349 548 103. Ci sono angoli inesplorati, questo posto è fatto per perdersi: non capisci mai dove ti trovi. Di dresscode ne vedo a pacchi, ma sono disomogenei. C’è tutto un campionario di casi umani: tutine in latex, calciatori senza muscoli nelle gambe e spalle strette, skinhead con gli anfibi che poggiano su un fianco, come una commessa, anziani arzilli con lo sguardo da M il Mostro di Düsseldorf. Tutti pensano di reinventarsi con un feticcio, hanno bisogno di appartenere a qualcosa, per sentirsi belli e per sentirsi meno ridicoli. L’effetto non è scontato, almeno da fuori. Oltrepasso le cabine aperte, tre uomini sono distesi a terra su una griglia di metallo, sono pieni di piscio e ne aspettano altro. Forse per tutta la notte andrà così. Si inculano in gruppi, si infilano in cunicoli sempre più bui e stretti. Un amico mi ha raccontato di un locale, ad Amsterdam, dove il gogoboy, cioè quello che balla in cruising o bar, si faceva succhiare ma pulendoselo tra un cliente e l’altro, proprio come il rito del bacio della croce prepasquale, dove tutti baciano la croce e il prete passa una pezza per il bacio successivo. Questioni igieniche, cortesie, che non si usano qui. Quanta libertà, quanto progresso. Sarà un caso che la città che ospita una comunità musulmana tanto numerosa non ha né turchi né arabi in club di questo genere? Sicuramente è quel che altri chiamerebbero “casualità”. Io la chiamo: restrizioni che ti salvano la vita.
Poi esco, il party è appena iniziato ma la claustrofobia mi impedisce di rimanere. Risalgo in superficie. Vado verso il Berghain.
VOI NON CI CAPITE -Berghain
La fila parte da lontano, ma noi stasera non perdiamo tempo. Di solito non si viene alle 2 di notte del sabato, la fila è immensa e passi mezza nottata come uno zombie a fissare la testa di quello di fronte a te. I buttafuori lo sanno, disprezzano chi non conosce certe regole base. Di solito si viene la domenica mattina, e si rimane fino a quando chiude, ma siamo qui e superiamo tutti. Superiamo i raver con il cappello da new yorkers e la canotta ascellare che lascia intravedere il tatuaggio sul torace glabro; superiamo le tipe con la gonna e i leggins e il top vintage senza trucco fuorché il rossetto; superiamo il gruppo di australiani che urlano e che non entreranno mai, perché se parli sei fuori; saltiamo anche i macho-man con la barba tagliata geometricamente sopra lo zigomo e la catena di ferro, voi siete dentro; oltrepassiamo i turisti (quelli che ce l’hanno scritto in faccia che sono turisti, faranno la fila per tutta la notte e verranno rimbalzati), i cinesi goth, i francesi, i russi. Superiamo tutti, siamo scorretti per questa sera. Dobbiamo raggiungere l’interno, da dove proviene la musica, perché lì dentro stanno raggiungendo il satori. O per lo meno credono di. Anche se schiumano smascellando su una sedia fuori dai cessi, in una pozza di piscio e vomito, stanno raggiungendo l’illuminazione. Superiamo persino quelli con la camicia sbagliata, a quadri, come in una cazzo di serata bear. Voi siete fuori.
Non. Facciamo. Alcuna. Fila. Entriamo, ci perquisiscono, timbro, e sorridiamo. Siamo dentro.
Voi non capite: questo è il club per ogni giovane del mondo che vuole rinchiudersi in un parco divertimenti senza pensieri, bere, sballarsi, fottere e fottersi. Bere bere bere. Sballarsi. Fottere. C’è la techno migliore del mondo. Dum dum dum, toomb, durum, durum. Tutto in una scatola nera con luci stroboscopiche: siamo dei pacman sorridenti. Da quando l’Ostgut ha chiuso nel 2003, celebrando con un 30 hours non-stop party prima del botto definitivo, l’eplosione-demolizione del magazzino ferroviario, il club si è trasferito qui, nella ex centrale elettrica. Il nome è la fusione di due quartieri: Friedrichshain e Kreuzberg. Acciaio, cemento, vetrate. Passare tutta la notte ballando, fino ad avere crampi alle gambe e piedi gonfi. Voi non ci capite. Qui ci suonano Ben Klock, Marcel Dettman, Matthew Dear, Cristian Vogel, ci suona Minilogue. Chi sono? Voi non ci capite. Zone industriali trasformate per il business della club culture. Berlino, una città fondata su bar semivuoti e senza un’industria è riuscita a capitalizzare il tempo libero dei giovani e a prolungare quello dei meno giovani. Voi non capite, ti regala tempo. Anzi, ti regala l’illusione di avere più tempo. Si entra e lo avverti da come trema il pavimento, ancora prima di fare la rampa di scale al piano superiore, quello con 18 metri di soffitto, che stai per entrare in un’altra dimensione. Molti si drogano, è vero, ma fa parte dell’esperienza fisica. È il tuo corpo che scopa con la musica, e non solo. Tutti sono sexy: la ragazza coi capelli biondi sudata, disidratata, che si è scordata di bere dopo l’ultima pastiglia di ecstasy: lei è sexy. Voi non ci capite. Voi. Non. Capite. Il ragazzo perso, che socchiude gli occhi e ondeggia, è bellissimo. La cinese in reggiseno nero e frangetta che si dimena, piena di energie, lei lo sa. Lei è qui, vicino a te. Il ragazzo con i suoi movimenti, quello che ti sorride, quello che condivide con te tutto questo, anche lui è bellissimo. Qui si rimane adolescenti per sempre, o lo si ritorna, o si finisce per raggiungere quello che si desidera: farsi svuotare il cervello, rimanere nel limbo, e rimanere appesi alle casse. Anche se non ti droghi sei fottuto con quell’impianto. Brunch+bici verso il Berghain+ techno + limonare = paradiso. Voi non ci capite. Dite lavorare? Noi non ci capiamo. Qui si lavora pure, ma quando il doppio beat ti fa muovere il culo e le frequenze alte ti si infilano nel cervello sei pronto: sei libero, puoi fare qualsiasi lavoro sottopagato di merda e sentirti bene. Sei nella tua comunità cool perché qualcuno ha scelto di lasciarti vivere qui, per una notte, per una mattina, ma che senso ha, tanto dentro non esiste più giorno e notte, esiste il tempo del Berghain. Questo posto ti protegge, cazzo!
Voi non ci capite.
FUCK ME NOW, LOVE ME LATER
Bagno. Incrocio un biondo che mi dice che sono sexy e siccome ho bisogno di feedback positivi me lo porto dentro un cesso. Spaccia. Vuole succhiarmi il cazzo, e lo fa, solo che si interrompe continuamente con tipi che bussano alla porta e che vogliono scambiare droghe con lui. Entra un israeliano, 22 anni, e si presenta: «Karim, hot cock man». Si riempie il palmo della mano con la chetamina, proprio attorno a un tatuaggio a forma di cerchio, il pompinaro biondo si alza, prende una chiave e se ne sniffa un po’. Ribalta gli occhi e torna giù: «can you cum in my mouth please?». Salute. Una volta un mio amico ha pisciato in bocca a Wolfgang Tillmans, pare che fosse così fatto, il mio amico, che Tillmans bevendo abbia fatto una doppia razione di droghe e abbia perso il controllo. Artisti. Karim armeggia con una bottiglietta, è G, un antidepressivo di moda insieme allo speed; me la offrono gentilmente ma io rifiuto: non voglio ritrovarmi dalla loro parte. «Do you live in Berlin? Where are you from?», intanto il pompinaro biondo fa un po’ di schiuma con la bocca aperta, ma non è niente di grave. Finché non collassa non mi preoccupo. «Italy. I don’t live here» «I’m from Israel». Piacere. Più tardi mi sbatto anche lui.
«I’ll be brand new, brand new tomorrow. A little bit tired, but brand new!»
Quante libertà a Berlino. A. il mio amico che vive da anni qui, è uno dei pochi con un lavoro di successo. È un bravo grafico, uno di quelli che abbiamo sognato tutti di essere una volta nella vita. Siamo andati a Schöneberg, zona ricca dell’ovest dove vivono coppie gay, cioè un posto sfigato dove non metteremmo mai piede. C’è una grossa festa di preparazione al gay pride. Tuffo negli anni ’90. Sembra di stare a Riccione: tizi mal vestiti di ogni età, tamarragine mal dissimulata, banchetti in cui a currywurst e partite a scacci queer si lotta ai diritti omosessuali. Tra i freak di varia natura noto un curioso omino vestito da palombaro. Tutti insieme perché Berlino ama le minoranze, e ogni emarginato sociale è bene accolto. Un sussidio per ogni perditempo non si nega a nessuno. Berlino è riuscita a fondare il suo turismo attorno a un’aura fighetta costituita da mille gallerie (senza un marcato dell’arte), designer («che lavoro fai?» «Ho un progetto»),pochi monumenti superstiti (mezza città rasa al suolo e ricostruita magnificamente), e i club. La club culture è uno dei principali motivi per cui i giovani vanno a Berlino, mica vogliono vedere il parlamento. E i gay. Il mercato dei gay è molto apprezzato: comprano, spendono, portano denaro, fanno funzionare posti come il Berghain unendo progressismo e apertura mentale a spirito underground. Il turismo gay, quella cosa che in Italia non sappiamo cosa sia. Noi solo lobby sgangherate.
Tante libertà, forse troppe. Tutti questi vizi non possono durare per sempre. Prima o poi torna giorno, e si deve uscire di lì e tornare al lavoro, riprendere a vivere.
