Vi scrivo dopo una specie di terapia dell’avversione, meglio nota come Cura Ludovico, da Arancia Meccanica, dove al violento Alex vengono somministrati farmaci per gli causano nausea durante la visione forzata di immagini che, nella maggior parte della gente, provocano spontaneamente innate reazioni negative.
Ecco, questa volta è diverso perché anziché farmaci sto mangiando patatine e il video lo sto guardando volontariamente. L’effetto non è del tutto sgradevole, un po’ straniante. E’ un breve filmato in loop, cioè che si ripete ricominciando dalla prima scena (?), che alla seconda ripetizione diventa indistinguibile dalle altre, non essendoci alcuna trama o progressione temporale. Si finisce per fissare Monti che stringe mani, che beve il caffè, che tiene in braccio un bimbo, poi appare una vecchia sdegnata, ah no è la moglie, «vieni qui!», fiooooooooooo, «eccolo qua, oplà», un barista guarda in camera, una tipa sorride, la moglie sdegnata, un cameraman, il volto di una signora bionda in una cornice. Tutto questo accade con un tappeto sonoro che se fosse accompagnato a una base ritmica potrebbe figurare in un disco di quell’elettronica alla Brian Eno, Fennesz , Matmos, forse un William Basinski senza microvariazioni.
L’account @Senatoremonti, che più o meno tutti gli esperti hanno istantaneamente accusato di non essere in grado di capire e far funzionare le dinamiche social, usa Vine, l’applicazione che Twitter ha lanciato due giorni fa, e consente la creazione e la condivisione di micro-clip video da sei secondi. Il processo non implica editing, basta scaricare l’applicazione sul proprio cellulare, direzionarlo su una scena che volete registrare e premere un bottone.
Non so se Monti mi abbia convinto di affabilità o di essere “uomo del popolo” con questa clip di lui sorridente, che stringe mani e guarda negli occhi, e, cosa assurda, tiene in grembo un neonato, quando per via della moglie sappiamo essersi disinteressato dei propri figli finché non lo hanno compiaciuto intellettualmente. Insomma, non so se sono riusciti a umanizzarlo e renderlo meno cyborg, ma di sicuro stanno prendendo in considerazione la comunicazione digitale politica. E come dice Zac Moffat, responsabile comunicazione di Barack Obama, in un’intervista al New York Times: «Quello che fa la differenza oggi è la capacità di lanciare il messaggio del proprio candidato il più velocemente possibile».

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