Coming out ieri/oggi

Mi hanno appena rifiutato un pezzo su Pride perché «Non è convincente». Cioè non è abbastanza orgoglio arcobalenoso. E di fatti non lo è. Lo do a voi che siete di bocca buona, che non vi fate problemi se sostengo che i gay non sono menati ogni giorno in Italia. Non ha titolo, è sul coming out ieri/oggi.

È uno strano paradosso: l’unico modo per esser dentro è uscir fuori. Fare coming out significa proprio questo: stare dentro alla sfera pubblica uscendo dal silenzio privato. Un giorno un giornalista omosessuale fece allusioni su un giornale scrivendo che Marcel Proust fosse gay. Proust, che da adolescente scriveva lettere al figlio di Bizet in cui ci provava sfacciatamente, e che era solito passare il suo tempo coi camerieri del Ritz, gli rispose con un duello. Unico problema: era di mattina. Proust era più preoccupato di doversi alzare che di rischiare la morte, poi andò tutto bene, ma questa storia ci insegna di quanto “l’onore” valesse la propria vita. Dire che ti innamori dello stesso sesso nel 2013 non è pericoloso in Occidente. Qualche progresso lo abbiamo fatto da quando esisteva l’opposizione “rispettabilità sociale vs gay”, negli anni in cui era legale licenziare per «comportamenti omosessuali», e si realizzavano video didattici — come quello della polizia della California nel 1961 — con lo scopo di aiutare gli studenti a riconoscere gli omosessuali nascosti tra le persone «normali». Prima di Harvey Milk, prima dei moti di Stonewall, prima di Zapatero, Hollande, Cameron e delle leggi europee sul matrimonio, prima persino di Barack Obama, il presidente più gayfriendly americano, dire di essere gay era un grosso problema. Le discriminazioni, spesso violente, erano infime e vigliacche, e impedivano di vivere serenamente. Per essere più chiari: ciò che oggi è la Russia.

Ieri uscire allo scoperto era una dichiarazione coraggiosa che aiutava a indebolire l’idea comune di omosessualità deforme, malata e pericolosa. Oggi fa sempre meno impressione fare coming out. «Frocio» si usa ancora come insulto. Eppure, crescendo, tutti imparano che certe valutazioni sono da bigotti retrogradi, e smettono di manifestarle ad alta voce. (Magari le pensano, ma non possiamo certo imporre a tutti di amarci: ci accontentiamo del rispetto dello Stato).

A volte non si può mentire. Ci sono persone che neanche ci provano, a fingersi etero. Perché i polsi spezzati e le voci femminee urlano GAY da lontano, e allora ci convivono. Si arrendono a essere coming out viventi, dichiarazioni esplicite. Di recente la socialdemocratica Barbara Hendricks, esponente dell’Spd, ha dichiarato di avere una compagna. Ora: vi invito a googlare la sua immagine, credetemi: non aveva bisogno di fare alcuna dichiarazione scritta.

Altre volte si può mentire. Ci sono persone «fuori dai giri», molto velate, che frequentano solo eterosessuali, che non ascoltano in società musica pop compromettente (Katy Perry, Lady Gaga, Britney Spears: musica degenerata!), che non indossano pantaloni troppo stretti e i cui modi maschili mettono al riparo da quell’ossessione eterosessuale, quel dubbio, quel: «Ma è ancora scapolo alla sua età? E così ben mantenuto, come mai…sarà mica». Gay. Anche se meno di un tempo, è pur sempre difficile rivelare qualcosa di tanto privato per chi non vuole aderire a un mondo omosessuale percepito come conformista, diverso, asfittico. Anche perché poco lusinghiero. E infatti quando ci dicono che non sembriamo gay lo prendiamo tutti come un complimento.

Difficile da ammettere, dunque. Specialmente per due fasce d’età: adolescenti e uomini (e donne) di mezz’età. Perché se sei un teen ti muovi in un mondo altamente codificato; dove i compagni di classe imparano presto tutti i segni per la complicità maschile: come fumare, cosa dire e con quale tono, che programmi guardare, come muoversi. Nudi nello spogliatoio della palestra si parla poco di fica e tanto di calcio. Ma i muscoli servono a una cosa: un bel corpo attrae le ragazze. Il più forte è il più maschio, come tra i leoni. Tu, gay teen, impari presto che è bene annullare la tua sessualità e passare inosservato. Magari un giorno come premio troverai spazio in un salotto televisivo o diventerai il miglior amico di una donna.

L’altra categoria è quella dei quarantenni. Quelli che non lo hanno ancora detto forse se lo risparmieranno. A un certo punto diventa sempre più difficile cambiare le abitudini; anche perché se hai vissuto senza dirlo fino a oggi, cosa potrà mai cambiare rivelare con chi vai a letto o di chi ti innamori? Continui a celare la verità, ormai vivi così. (Inutile aggiungere che se hai l’età per cui i genitori sono morti da tempo non ha proprio senso farsi problemi, ormai).

Ma allora perché farlo? perché dirlo se in fin dei conti non cambia poi molto. Ci sarebbe sì quel piccolo dettaglio dell’attivismo. Una questione etica e politica per alcuni. L’idea di doversi dire gay per aiutare gli altri che sono nella tua stessa condizione attraversa tutto il novecento. I militanti storicamente considerano la dichiarazione pubblica del proprio orientamento sessuale come un segno distintivo di emancipazione, o come dicono nei cultural studies, di empowerment. Se abbiamo sempre più diritti è perché qualcuno ha lottato per noi, specialmente negli anni pre e post Stonewall, di liberazione dei costumi sessuali. Anni in cui si è sfidato l’ordine sociale. Se oggi non dobbiamo scappare di casa o fingere di essere fidanzati, come regola generale, è proprio grazie a certi progressi.

***

Il mio coming out è stato alla vigilia di Natale. Avevo 17 anni e quello era il regalo adatto ai miei genitori: dirgli che avevano un figlio ricchione era per me il modo migliore per liberarmi di un peso, smettere di mentirgli o di nascondere ciò che ero. Avrei potuto continuare a fingere di non sentire la domanda: «Hai una ragazza?», ma prima o poi sarebbe diventato solo il sospetto mai confermato di due genitori che non conoscono loro figlio.

Siccome non mi andava di essere uno sconosciuto, dissi tutto. Mio padre rimase un po’ scosso, e non riuscì a distogliere lo sguardo dalla televisione. Mia madre tra le lacrime mi disse con crudele spontaneità: «Speravo di avere un figlio normale». La mattina dopo entrambi sono venuti da me e mi hanno detto l’unica cosa che mi serviva, l’unica cosa che distingue due genitori del XXI secolo da due cavernicoli: mi hanno detto che mi volevano bene. Regalavo loro l’onestà di un figlio, loro mi restituivano in cambio una reazione intelligente. Ovviamente quel regalo era anche e soprattutto per me stesso: ero finalmente libero di non sentirmi in colpa per ogni ragazzo che frequentavo, ed erano parecchi.

È lo stesso motivo per cui Tom Daley, tuffatore britannico e campione olimpico, ha deciso di dirlo a tutti. E lo ha fatto nel modo in cui quelli della sua età — ha 19 anni — capiscono meglio: in un video da milioni di visualizzazioni sul suo canale YouTube. Tom ha detto: «Sto frequentando un uomo e non sono mai stato più felice», ma ancora più curioso è quel che non ha detto, non ha specificato di essere gay. Semplicemente: non c’era bisogno di identificarsi come tale.

Jodie Foster ha fatto coming out in occasione della premiazione alla sua carriera. Nello stesso anno ci sono stati: il coming out bisessuale di Frank Ocean e Azealia Banks nel *terribile* e *omofobo* mondo musicale hip hop; quello televisivo del giornalista Anderson Cooper e quello dell’attore di Big Bang Theory, che interpreta l’asessuato Sheldon Cooper; quello del giovane attore Ezra Miller che si dice addirittura queer. Tutti più giovani di lei, tutti nel pieno della loro carriera.

La Foster ha fatto una scelta precisa da sempre, cioè separare il privato dal pubblico: «Ho fatto il mio coming-out tanti anni fa, all’età della pietra. Ma allora era diverso, una ragazza poteva dire certe cose a chi le stava vicino e le voleva bene, un po’ alla volta; prima alla famiglia, agli amici più cari, poi ai colleghi. Oggi è diverso… mi dicono che ogni celebrità deve parlare della propria vita privata con una conferenza stampa o un reality show». Ben svegliata. Alla fine Jodie, emozionata, ha concluso pronunciando quella che sembra un’invettiva a Mark Zuckerberg: «Privacy. Un giorno nel futuro le persone si guarderanno indietro e si ricorderanno di quanto bella fosse». Anche lei non ha urlato: “sono lesbica!”, ma perché non ce n’è stato bisogno. Vive nel territorio più gay friendly, quello americano, e a fine carriera passata a interpretare donne algide senza mariti non aveva nulla da temere. Politicamente la sua dichiarazione è ininfluente, di chi mai potrà essere modello Jodie Foster? Saperlo non ci cambia nulla. Lo avevamo sempre sospettato. Avanzo un dubbio: e se fosse stata lei ad averne bisogno?

Da una parte la visione della propria sessualità come una questione personale, privata, silenziosa, dall’altra il rivelarlo pur senza auto-definirsi con l’etichetta spersonalizzante e conformista «gay». Né Tom Daley né Frank Ocean o altri giovani si dicono esplicitamente gay. Al massimo lasciano supporre di essere bisessuali, quando non “queer”, qualsiasi cosa voglia dire oggi. Dicono di innamorarsi di uomini, ma mica vogliono essere scambiati per l’idea comune che abbiamo di un gay. Fanno un coming out bizzarro. Sono più liberi di un tempo ma non vogliono essere assimilati a una minoranza. Forse stanno cercando di crearne timidamente una nuova, di idea: quella della sessualità liquida e della distruzione del gay come categoria culturale debole e sotto attacco. Dopotutto chi vuole essere gay, oggi? Dire: «sono gay» significa aderire a un mondo, oltre che appartenere a un orientamento sessuale. È una costruzione culturale che riguarda i posti che frequenti, le cose che leggi, l’umorismo che usi eccetera, eccetera. E anche alla considerazione che il mondo ha di te. Per quello tutti si affrettano a dire: «Non mi piacciono le etichette», perché non vogliono essere scambiati per tutto ciò che fino a quel momento hanno evitato di essere: deboli. Qualcuno potrebbe dire che hanno incorporato l’omofobia di una società eterosessuale. Ma importa poco: vogliono gridare al mondo di essere fortissimi, ma di amare qualcuno dello stesso sesso. Vogliono essere il più possibile mimetizzati agli eterosessuali perché nei loro campi (musica Hip Hop, sport) rimane una sottile diffidenza e discriminazione. Dopotutto non è poi tanto diverso dagli anni dell’Outing-con-duello di Proust.

E se ci riuscissero, a farci dimenticare della differenza tra gay e etero. Come dice a l’Independent Matthew Told, direttore di Attitude, commentando il video di coming out di Tom Daley: «La maggior parte della gente ora lo apprezzerà per la sua onestà. Però va anche detto che ora, fra le giovani generazioni, l’essere gay o bisessuale è sempre meno un argomento di cui parlare. Forse molti diranno ‘Oh, è gay? Interessante’. E passeranno subito a fare altro e a pensare ad altro». È uno strano paradosso: solo quando saremo invisibili saremo anche perfettamente integrati.

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One thought on “Coming out ieri/oggi

  1. L’articolo è interessante e a mio parere – per quanto concerne la situazione italiana – rimarca il progressivo sfumare di quella “sottile linea rossa” che 30 anni fa divideva l’ambiente omo da quello etero. Prima se eri gay eri colorato, trasgressivo, avanguardista. Oggi è l’etero a rivendicare l’anticonformismo e ad avvicinarsi a quella che era prettamente “cultura gay” , mentre l’omosessuale (ambendo alla totale integrazione sociale con mezzi più modesti) ricerca LA NORMALITA’, nella sua accezione più banalmente vasta.

    Questo il mio parere qualunquista.

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