Bruce meglio eccitato che arrabbiato – L’estetica di Bruce LaBruce tra edonismo e politica.

Premessa. Il luogo comune vuole che il critico cinico e mediamente colto s’impegni a ridicolizzare il regista che demonizza Hollywood. Se poi quest’ultimo scrive su magazine fighetti come Vice lamentandosi del proprio talento incompreso, il cinico si sente obbligato ad assecondare ogni cliché (mazzate!). Questo è  l’incontro con un mito della cultura gay, a Bologna. Nel catalogo del Gender Bender festival da qualche anno prendono parola personalità del ventaglio culturale omosessuale. Alla voce «anticonformisti» ci imbattiamo nel trasgressivissimo cineasta canadese Bruce LaBruce che, quando non è impegnato nella rivoluzione anarco-comunista, si racconta al suo pubblico. Come potrà mai esprimersi la velleità cinematografica di un canadese gay? Porno d’essai senza sceneggiatura: «aiuta la creatività», ci suggerisce Bruce. Gli ultimi due film Otto; or up with dead people e L.A. Zombie sono «un risultato diretto degli orrori della società quali l’omofobia, il degrado ambientale, il conformismo consumista e l’alienazione che dipendono dal materialismo, dal capitalismo e così via». Non è vero che gli zombie sono una soluzione di comodo, come qualcuno ha malignamente sibilato (per carità, non noi). Una di quelle trovate alla Roger Corman per aggirare difficoltà economiche: girare a basso budget in una settimana con attori abituati a mugolare. Fortuna c’è tanto sesso, perché qualcosa da vedere in due ore e mezzo di fiacco epigonato della no wave aiuta a non addormentarsi. Quei newyorkesi degli anni ottanta, che guardavano un film di Godard e montavano il loro girato sotto sostanze allucinogene illudendosi di combattere il dominio mainstream con sperimentalismi vari. Loro non proponevano una copia “soft” ai festival, già una versione, a loro, bastava. Bruce condivide con quella generazione l’equivoco verso la creatività, la cui condizione di esistenza è quella di essere antagonista a ogni cosa. Non ci sorprendiamo perciò quando Bruce sacrifica scene porno per concedersi il lusso dei festival d’arte. Solo lui può pensare che togliere le erezioni lasciando i cazzetti mosci di zombie che deambulano per le strade – come metafora di povertà nella metropoli – possa essere equivalente e rivoluzionario. Bruce vuole infilare il piede in due scarpe e finisce per mancarle entrambe. Il risultato lo esprime in una sintesi efficace Maurizio Porro quando scrive: «sarà difficile superare le nefandezze di LA. Zombie, a meno di non fare un’edizione in odorama». Se Bruce è così è colpa di letture tendenziose di Herbert Marcuse, Karl Marx, degli anni Ottanta e dalla scena punk canadese, da cui non si è mai ripreso. Gli ideali utopistici e l’ostentato radicalismo sessuale in lui mal si conciliano con l’omofobia dell’ambiente. Alla presentazione del catalogo fotografico Bruce(x)ploitation (edito da Queerframe, distributore italiano dei suoi film) confessa: «mi hanno dato un pugno a un concerto punk perché ero gay; mi sono al contempo arrabbiato ed eccitato». La rivincita se l’è presa sullo schermo, dove gay dai modi eterosessuali fanno sesso violento tra maschi. Col porno e l’arte Bruce sostiene di voler «combattere la cultura dominante», quella che Derek Jarman chiamava “eterosocietà”, a cui i gay oggi si conformano entrando nell’esercito o sposandosi, scelta che critica perché contraria alle teorie queer e  anestetizza l’essenza della condizione omossessuale: «ci deve essere un’altra strada per accedere a diritti e parità». Ai miei occhi Bruce gode nell’essere sottomesso passivamente alla cultura dominante: etero e attiva. Fingere di  augurarsene la morte (la parità) contribuisce alla contropartita: il godimento. Il luogo di ispirazione e desiderio erotico che verrebbe distrutto a suon di diritti arcobaleno si trova proprio in quella vituperata cultura dominante etero. O i diritti, o il maschio che ti stupra mentre reciti la posa rivoluzionaria, bisogna fare una scelta.L’immaginario sessuale e porno di Bruce ha bisogno del dominatore e del conflitto. Gli stessi dominatori che troviamo nelle sue foto da cui è bandito il grasso e il vezzo femmineo, ovunque trionfa il corpo atletico e maschile. Piercing e tatuaggi, cappellini da basket, muscoli tesi e catene d’oro codificano l’immaginario erotico e plasmano l’oggetto di desiderio simbolico diventando stile. Il meglio del suo lavoro è nell’estetica queercore: nei suoi film una scarpa non è solo una scarpa ma il feticcio sessuale su cui si posa lo sguardo tra un erezione e l’altra. È parte di un congegno innescato dai rimandi tra mondo etero e gay. Bruce lo preferiamo da eccitato piuttosto che da arrabbiato, altrimenti si rischia «un eccesso che non spaventa né eccita», come scrive ancora Porro per L.A. Zombie. Tanto Bruce riesce nell’estetica edonistica quanto fallisce in quella politica; fortunatamente censurata dagli spettatori omosessuali che, similmente agli Studios del cinema classico, tagliano il superfluo garantendo lo spettacolo dei corpi. Se persino Asia Argento, presente in catalogo, è passata dal limonare con i rottweiler ad ammettere «forse era una mia passione da piccola [la trasgressione], ma sono cose che oggi non hanno più senso», forse c’è speranza anche per Bruce, che la smetterà di trasgredire le regole del buon cinema e si darà totalmente al porno.

Questo articolo è stato scritto in occasione del Gender Bender Festival 2011

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