Uccisi da Twitter. Tommaso De Benedetti e le false notizie

@CardBertone: His holiness Benedict XVI has passed away. We announce the news with great pain and consternation. 8 March 2012

@PresHamidKarzai: The attack agains Afghan civ is an act of war. 12 March

@presMarioMonti: The news of the death of Fidel Castro has been confirmed to me by EU vicepresident Olli Rehn. 6 March

@MinistroMontoro: The Spanish government announces the death of the director Pedro Almodovar. 23 March

@PresAssadSyria: Documents published yesterday by a Uk newspaper are hoaxes created agaist Syria and my family. 19 March

Ci risiamo. Tommaso De Benedetti l’ha rifatto. So che la notizia del giorno è che Fiorello ha abbandonato Twitter,  ma sono stato distratto da una notizia sul Guardian online di oggi. Partiamo da Febbraio 2010 quando l’inviata del Venerdì di Repubblica, Paola Zanuttini, chiede a  Philip Roth: “Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere.” A questo punto Roth si incazza: “Io non ho mai detto ‘sta cazzata”, come se lo scambio di identità che lo vede protagonista in Operazione Shylock fosse diventato reale. La verità è che non ha mai rilasciato alcuna intervista a Libero, né ha mai sentito parlare di quel giornalista, Tommaso De Benedetti. Presto viene fuori, grazie al New Yorker, che erano state pubblicate molte interviste da importanti testate italiane – Repubblica, Libero, Corriere -, firmate da De Benedetti, nipote del potente Giacomo De Benedetti, tutte false: da John Grisham a Gore Vidal, tutte inventate di sana pianta in base a quel che la linea editoriale avrebbe voluto sentir dire da quei personaggi. Nessuna redazione ha mai verificato le fonti, anzi, quelle interviste innescavano risposte di intellettuali sprovvisti di Google, i quali autenticavano involontariamente il discorso di pura finzione di un prolifico cialtrone. Ovviamente, una volta smascherato l’autore delle fake news, la strategia di difesa è passata dall’italianissimo “è tutto vero quel che ho scritto, io vi querelo” a “ma no, io ho fatto apposta, sono un provocatore e voi ci siete cascati”.

Ultimamente De Benedetti lo ha rifatto; questa volta fingendosi il presidente Mario Monti o il Cardinal Bertone su Twitter ha cinguettato delle false notizie su celebrità politiche e religiose. Questa volta gratuitamente, come una performance critica pienamente consapevole dei limiti di 140 caratteri per notizie complesse e della loro diffusione in tempo reale (almeno quella) anche quando la fonte non è verificata e si dà per autentica. Una cosa simile l’ha fatta lo scrittore Aldo Nove su Facebook, spacciandosi per altri finché il “dispositivo omologante”, come è stato definito da Maria Maddalena Mapelli sulla rivista filosofica Aut Aut, non ha disattivato il suo account. La Mapelli scrive:

Aldo Nove è riuscito a spezzare la monotonia di narrazioni standardizzate e ha messo in scena modalità creative di produzione della soggettività. La sua messa in scena è fortemente marcata dal dispositivo Facebook; esso consente di prelevare dall’intero web immagini, video, testi, etc., e di condividerli facilmente e velocemente. Ma pur partendo dal regime di visibilità indotto da Facebook, Aldo Nove non si è limitato a condividere, con la Community dei suoi “amici”, un’immagine di sé monolitica, da carta di identità, ma ha fatto del suo profilo un contro-spazio sperimentale riuscendo a generare continui riposizionamenti identitari e nuovi regimi discorsivi.

Potremmo dire che anche Tommaso De Benedetti ha fatto del suo account un contro-spazio sperimentale riuscendo a generare continui riposizionamenti identitari e nuovi regimi discorsivi. Roth non ha apprezzato, e neppure i direttori dei giornali italiani. Il *problema* è della falsificazione potenziale di questi mezzi che, forse impropriamente, vengono utilizzati dagli utenti per veicolare false notizie, minacciando l’integrità e l’utilità del citizens journalism dal basso. Potremmo dire che il problema maggiore del giornalismo grassroot è rappresentato dagli utenti stessi. Contrariamente alle rigide regole di Facebook  che normano l’uso del dispositivo, –  ma questo è vero fino a un certo punto poiché il numero degli iscritti è tale da non poter essere monitorati costantemente, rendendo le regole più elastiche -, Twitter non chiede all’utente di essere lo specchio di se stesso, ognuno può essere il portavoce di qualcun altro, ammesso che il nome utente sia libero. Ok l’uso di Twitter pone problemi di autenticità del contesto e del soggetto dell’enunciato, ma quindi è il male assoluto e dobbiamo smettere di utilizzarlo? Certo che no.

Seguendo l’intuizione di Marshall McLuhan, il medium è il messaggio, Henry Jenkins identifica in Twitter due messaggi principali: Here it is e Here I am. Here it is, è selezionare ogni tipo di informazione e diffonderla pubblicamente attraverso un tweet a una rete di persone più o meno ampia (anche se la maggiorparte degli utenti usa Twitter come un narrowcasting, cioè una nicchia di persone conosciute/amici, e segue dei trendsetter, o HUB nella terminologia della teoria delle reti, i quali sono coloro con un numero di follower molto alto), questo naturalmente può comportare la  distorsione del contesto e dell’enunciatore originari per via del breve spazio a disposizione. Quel che pubblico dà un’informazione su chi sono, (Here I am), e si sceglie chi seguire proprio in base a ciò che dice (di essere). Il terzo passaggio è Here we are, sempre secondo Jenkins, cioè quando si crea un senso di comunità, come quando 33.000 sostenitori si sono accodati all’hashtag #riotcleanup, e muniti di scopa hanno pulito i detriti della rivolta urbana che ha colpito varie città del Regno Unito nell’agosto 2011. Attenzione a non lasciarsi persuardere dal definire tutto ciò che diventa un trend frutto del “popolo della rete”, una inesistente comunità magmatica, la versione povera del popolo della notte, ma questa è un’altra storia.

Sbagliare le notizie comunque non è prerogativa dei social networks. In questi giorni la polemica politico giornalistica nata sul presunto elogio di Obama al premier Monti ha scatenato i frusti dietrologismi. Il Fatto Quotidiano ha “smascherato” il complotto ordito ai danni degli italiani per fingere un elogio a un premier e alla sua politica sempre più contestata. Un tentativo di far percepire agli italiani provinciali un approvazione eccellente come quella di Obama? Pare che invece l’elogio ci fosse e che i giornalisti del fatto avessero solo controllato nel posto sbagliato. Succede anche senza Twitter, ma solo grazie a Internet si possono condividere persino le false-finte-notizie in tempo reale. L’ideologia fa il resto.

Ringrazio Alberto Cane  per i link agli articoli.

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