Se Mapplethorpe fosse vivo non avrebbe un profilo Facebook

Tra i lavori di merda del XXI secolo fare il cottimista sottopagato per moderare i contenuti di social network supera lavorare da McDonald’s. Chi sono? Che cosa fanno? Ora ve lo spiego.

Prendiamo Facebook: rete sociale di successo creata da Mark Zuckerberg nel 2004, quand’era uno studente nerd che si masturbava pensando a quante ragazze avrebbe conosciuto col suo ingegnoso progetto per l’Università di Boston.
Da progetto universitario-onanistico Facebook è oggi una società quotata in borsa e vale svariati miliardi di dollari. Il suo successo è dovuto agli 850 milioni di iscritti in tutto il mondo che si iscrivono e personalizzano il loro profilo online con informazioni in cui dicono qualcosa di sé in almeno un paio di modi: a) descrivendosi (informazioni di luogo, data di nascita, famigliari, conviventi etc), e b) affermando i propri gusti e consumi culturali: condividono foto, testi, video, link.
Milioni di persone pubblicano le registrazioni digitali delle proprie vite, più o meno liberamente, sul proprio profilo accessibile a un numero definito di utenti a cui scelgono di rendere tali informazioni disponibili – pur con qualche falla in privacy, ma Zuckerberg sta lavorando affinché non ce ne importi nulla del concetto stesso di privacy.

A porre dei limiti sulla libertà e  moderare la mole di contenuti ci sono società che dispongono di personale umano che visiona ogni materiale segnalato dalla community  (di solito da quelli a cui state sulle palle) o dai bot (algoritmi che scansionano i contenuti).
La comunità di Facebook – bisognerebbe spendere due parole sulla ri-definizione del concetto di comunità, ma non ora -, si è data delle regole. Queste regole sono decise dall’alto, non si sa bene da chi, diciamo dall’apparato o dal dispositivo Facebook, per moderare la vita pacifica degli iscritti. Tali regole sono violate continuamente, e alcune di esse (avere almeno 13 anni d’età per iscriversi è una regola violata da circa 7 milioni di utenti secondo un’indagine ConsumerReports.org) sono nate già sapendo che non sarebbero potute essere rispettate per via del funzionamento stesso di FB. Tra le inutili e non concordate regole si legge, ad esempio:

  • Proprietà intellettuale

    Prima di condividere contenuti su Facebook, assicurati di disporre dei diritti necessari. Ti preghiamo di rispettare diritti d’autore, marchi e altri diritti legali.

Ci penso. Che significa? Cos’è concesso condividere e cosa no? E in base a quale legge? Qual è la geografia di Facebook o di internet? Quella dei Paesi libertari come Danimarca e Svezia o dei più restrittivi Iran e Cina? Se dovessimo rispettare fedelmente questa regola e condividere solo ciò di cui siamo i legittimi proprietari, Facebook sarebbe un luogo orribile, più o meno immaginabile come il vecchio Myspace che è, appunto, decaduto (e poi rinato, grazie a FB), ricordate? Zuckerberg in modo simile ai creatori di YouTube si augurava contenuti grassroots che fossero anche interessanti: voi create, io guadagno e sono tutti contenti. Tutti noi sappiamo per esperienza che il successo di un medium che si fonda sui contenuti user-generated è dato dall’ibridazione con i contenuti istituzionali. Questo comporta per forza una violazione sistemica dei diritti d’autore, e del concetto di pirateria. Siamo tutti fuorilegge. In altre parole FB e Youtube sono connettori tra nuovi e vecchi media, delle interfacce ponte tra generazioni di utenti e tra contenuti amatoriali e professionali.

Il vero problema, questa volta risolvibile tramite moderazione delle pubblicazioni, pare essere proprio quello per cui Zuckerberg non dormiva la notte: la nudità e la pornografia.

  • Nudità e pornografia

    Facebook applica una politica molto severa in materia di condivisione di contenuti pornografici e impone alcune limitazioni alla pubblicazione di immagini di nudità. Allo stesso tempo, è nostra intenzione rispettare il diritto delle persone di condividere contenuti di importanza personale siano essi fotografie di una scultura simile al David di Michelangelo o foto di famiglia di una madre che allatta al seno il figlio.

Certo ci sono minorenni nel sito, non sia mai che vedano un paio di tette o un cazzetto  aggiungendo la persona sbagliata tra gli amici. Ovviamente possono farlo digitando su Google YouPorn o uno dei numerosi siti porno. Non c’è un filtro-barriera reale, non è come in televisione dove quello che vedi è tutto quello che c’è disponibile. Non è come entrare in un supermercato e chiedere superalcolici e dover dimostrare di essere maggiorenni: la connessione a internet è la fine dell’innocenza. Quindi questa regola è piuttosto inutile, ma la capiamo. Un modo per pararsi il culo da azioni legali e accuse di immoralità; e poi ogni luogo ha le sue convenzioni e restrizioni.

Ma cosa significa bannare le nudità? Pare che proprio il moralismo censorio abbia sollevato critiche libertarie, eccone un paio di esempi:

EMMA KWASNICA: ALLATTAMENTO INAPPROPRIATO

Facebook ci tiene alla nostra libertà di pubblicare foto di nudi artistici come il David di Michelangelo (ma non come la pubblicità Sisley di Terry Richardson, come vedremo dopo) o di eventi “naturali per la vita di una donna” come l’allattamento. Certo. Dal 2008 Emma Kwasnica, mamma canadese che sente il bisogno di fotografarsi mentre allatta i figli, intraprende una protesta online contro Facebook per aver censurato il suo profilo e considerato inappropriate le sue foto. Altre donne hanno lo stesso “problema” e si uniscono alla protesta. Un portavoce di FB le risponde che le foto violano una delle regole sui nudi: va bene allattare, ma non deve vedersi il capezzolo. Una questione di inquadrature? Tutto qui? Lei riapre il suo account e pubblica foto senza capezzoli. Ne parlano tutti, con tono più o meno serio.

MICKE KAZARNOWICZ: MUTANDE INAPPROPRIATE

Accade una cosa simile a Micke Kazarnowicz, social media manager di Bjorn Borg Underwear. Si parla di mutande, e di una pubblicità in cui due ragazzi nordici cercano di salire su un albero per raggiungere i boxer. Sono nudi, ma non si vede granché. Almeno per un occidentale con accesso a internet, dove per vedere le interiora di due ragazzi nordici bastano meno di 3 passaggi. La pagina di Micke viene congelata da Facebook per: “materiale pornografico inappropriato”. Oibò. Micke ripubblica la pubblicità con una versione autocensurata della foto. Commenta così:

They saw this as pornographic, but to us it was really more a laugh, completely tongue in cheek. There is no eroticism at all in the picture, just nudity.
It was probably completely automatic. Someone reported it as offensive and then a moderator looked at it, consulted his rulebook and then erased it.

AMINE DERKAOUI: CENSORE SOTTOPAGATO

Probabile sia andata proprio così: qualcuno segnala la foto, un moderatore la guarda e a la cancella. Ma chi è che monitora e approva/disapprova questi contenuti? La risposta è arrivata da Gawker.com con la storia di un marocchino di 21 anni, Amine Derkaoui, a cui la società per cui lavorava, oDeskm, chiede di monitorare i contenuti su FB; per decidere cosa è valido e cosa no a Derkaoui danno un manuale di 17 pagine con le istruzioni. Siccome lo pagavano poco Dekaoui ha deciso di rendere pubblico il manuale. Dentro si legge ad esempio che i capezzoli maschili sono ok, ma quelli femminili no; che ogni immagine sessualmente esplicita va censurata; l’automutilazione e le bestialità non sono ammesse; scene anche parziali in contesto sessuale sono da epurare. Sono ammesse le teste schiacciate, purché non troppo insanguinate, pensate alle foto delle primavere rivoluzionarie: “se c’è il sangue no”. I liquidi corporei vanno bene solo se decontestualizzati, cioè fuori e lontani dal corpo umano, e così via. Sembrano avere un’idea chiara di ciò che è socialmente disturbante e cosa no.

Insomma né Gina Pane né Marina Abramović né metà body art anni ’70 avrebbero l’approvazione di Facebook che si ferma sulla soglia della scultura rinascimentale fiorentina. In compenso internet stesso ha reso ogni performance artistica corporale del tutto obsoleta e fuori tempo; ampiamente superata in trasgressione-godimento-rappresentazione del piacere e indagine del/nel corpo dalla modernità stessa: scarificazioni, piercing e modificazioni corporali da MoMa oggi sono diffuse e superate tra uomini a cui esplodono barattoli di vetro su YouPorn e un centro chirurgico qualsiasi.*

Ma torniamo al dilemma di un cottimista che deve decidere cosa approvare e cosa no. Come distinguere un nudo artistico da uno non artistico? Ed erotismo vs pornografia? Ci aveva provato anche Roland Barthes in “La Camera Chiara”:

La pornografia rappresenta di solito il sesso, ne fa un oggetto immobile (un feticcio), incensato come un dio che non esce dalla sua nicchia; per me, nell’immagine pornografica non vi è punctum; tutt’al più essa mi diverte (e ancora: la noia arriva presto). La foto erotica, al contrario ( e la sua condizione stessa), non fa del sesso un oggetto centrale; essa può benissimo non farlo vedere; essa trascina lo spettatore fuori della sua cornice, ed è appunto per questo che io animo la foto e che essa a sua volta mi anima. Il punctum è quindi una specie di sottile fuori-campo, come se l’immagine proiettasse il desiderio al di là di ciò che essa dà a vedere: non solo verso: “il resto” della nudità, non solo verso il fantasma d’una pratica, ma anche verso l’eccellenza assoluta di un essere, anima e corpo confusi insieme.

e ancora: […]distinguere il desiderio greve, quello della pornografia, dal desiderio lieve, dal desiderio buono, quello dell’erotismo; forse dopotutto è una questione di ‘fortuna’ del fotografo”.

Barthes era francese, quindi moralista, e che si annoiasse a guardare fotografie porno e preferisse i cazzi e i seni nascosti dietro a veli meriterebbe uno studio a parte**, e io non voglio infierire su di voi. Molto più probabilmente questo discorso serve a legittimare l’idea del puntctum come desiderio e non-visto e quindi possibilità della mente e dell’interpretazione di porsi al di là di ciò che la foto dà a vedere.

Chiaramente il ragazzo marocchino censura ciò che secondo la sua cultura è offensivo (come distinguerà un 21enne un fisting di Robert Mapplethorpe da uno anonimo?), quanti millesimi di secondo ci vogliono per decidere se è pubblicabile o no un contenuto generalmente offensivo? E se prima si è vista una serie di foto di pornografia infantile o di necrofilia, la ricezione di un solo individuo vale come ultima parola?

Tra i lavori di merda ci sarà pure quello di chi verrà interpellato per riabilitare le immagini bannate impropriamente. Povero lui.

* Mireille Suzanne Francette Porte, in arte Orlan, è del tutto superata da qualsiasi translessuale brasiliano. Tra i più noti Amanda Lepore che ha iniziato a 15 anni gli interventi chirurgici.

** Banalmente diremo che Mapplethorpe ha tentato di fotografare la pornografia e di tradurla nella “bella forma”. Se ricordiamo la fortunata dicotomia nietzschiana “dionisiaco vs apollineo”, usata dal filosofo Arthur Danto in un saggio dal titolo eloquente: “Playing with the edge: the photographic achievement of Robert Mapplethorpe”. Barthes forza la lettura dele foto di Mapplethorpe, il quale non aveva alcun timore di mostrare tutto (pornograficamente), e nel farlo si serviva di regole codificate per una fotografia “bella”.

3 thoughts on “Se Mapplethorpe fosse vivo non avrebbe un profilo Facebook

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