Romanzo di una strage, persi nel labirinto

Cominciò con la luna sul posto
e finì con un fiume d’inchiostro
è una storia un poco scontata
è una storia sbagliata

Fabrizio De André

Diciamolo subito: non ci sono più le vecchie polemiche cinematografiche di una volta. Niente scontri francesissimi tra rappresentabile e irrappresentabile innescati da cineasti-teorici come Jacques Rivette e Serge Daney contro il carrello di macchina in Kapò di Gillo Pontecorvo, polemiche riprese recentemente, in forma più sofisticata, contro le teorie fotografiche in Immagini malgrado tutto di George Didi-Huberman. Qui, nei quotidiani nazionali, i “non si fa” di Ezio Mauro o di Adriano Sofri non si riferiscono al mostrare in sé (anche perché nel film si vede poco), ma alle modalità del racconto: non si fa un film su una ferita aperta, scrive il primo, non si fa un film di storia senza conoscere i documenti, scrive il secondo. Niente  grandi scontri tra nuovi vecchi critici-militanti come Guido Aristarco e Luigi Chiarini, come nella celebre controversia sulla fine del Neorealismo come progetto polico-cinematografico utopico negli anni ’50. Oggi la polemica parte pretestuosamente dal cinema per poi toccare nervi più o meno scoperti tra “reduci di guerra”.

La critica non ha certo ignorato il film, anzi, ne hanno scritto tutti da Valerio Caprara sul Mattino a Goffredo Fofi su il Sole-24ore. Ciò nonostante,  la polemica è stata trainata dalle pagine principali dei giornali e seguita perifericamente da quelle riservate allo spettacolo e, in coda (lunga), dai blog. A battagliare sono stati scrittori, editorialisti, ex-terroristi, direttori di giornali, tutti hanno valutato, ciascuno con motivazioni e modalità differenti, il film di Giordana con “gli occhi chiusi”, ricordando la (propria) storia. Partiamo dalla televisione.

Il pubblico poco radical tanto chic di Fazio

Il 24 Marzo Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni e Valerio Mastandrea siedono nel popolare salotto di Fabio Fazio, Che Tempo che fa, per pubblicizzare il film Romanzo di una Strage, di Marco Tullio Giordana. Nel film i tre ospiti interpretano tre tragiche vittime di micidiali ideologie negli anni ’70: il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli caduto da una finestra durante un interrogatorio, il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro rapito e ucciso dalle Brigate Rosse, e il commissario Luigi Calabresi responsabile delle indagini durante i sanguinolenti anni di piombo, giustiziato da Lotta Continua. Tre morti celebri su cui non è il silenzio dei colpevoli reticenti a impedire la memoria storica, bensì l’eccesso di discorsi e di interpretazioni-congiutture che “stuccano” le lacune con materiale scadente che sa di complottismo. Coi misteri italiani ci si riempiono libri, programmi televisivi e romanzi di ogni genere, spesso con disinvolta riscrittura della storia, seppure le verità siano doppie o triple: verità giudiziaria, verità delle vittime, verità di chi c’era, verità degli ex terroristi e così via. Un romanzo senza capitolo finale.

Il tono della chiacchierata di Fazio e i suoi intervistati è a metà strada tra la scontata, quanto inevitabile, retorica dell’importanza della memoria collettiva e lo spregiudicato, quanto pericoloso, atteggiamento di chi spaccia per ricostruzione dettagliata e storicamente documentata una interpretazione emotiva della storia. Il tutto accompagnato da una  giusta dose di paraculaggine tipica di ogni attore che sa che la stroncatura è dietro l’angolo. E non occorre essere profetici o possedere doti da chiaroveggente per indovinare che se proponi un film come “ricostruzione storica” e lo chiami “romanzo di una strage” si rischia il cortocircuito antinomico, ma lo vedremo parlando del genere in cui rientra il film, la Fictionary.

Intanto diciamo che il libro utilizzato da Marco Tullio Giordana per il film è quello di Paolo Cucchiarelli, Il Segreto di Piazza Fontana: “questo libro è una documentazione perfetta di quel che è accaduto” dice Fazio, convinto lui. Peccato che non sia così “definitivo” il lavoro di ricostruzione di Paolo Cucchiarelli che è contestato da più parti per le modalità di scrittura storica – memorialistica anonima-, e per la bizzarra tesi di una doppia bomba: una posizionata dagli anarchici, che sarebbe dovuta scoppiare di notte per non fare vittime, e un’altra posizionata dai fascisti veneti che scoppiò alle 16:37 di quel 12 Dicembre 1969 per far ricadere la colpa sugli anarchici. In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco, diceva Ennio Flaiano.

Adriano Sofri, che ha da poco finito di scontare la pena per essere stato un leader di Lotta Continua, scrive sul Foglio a Fabio Fazio: “Del libro, penso di aver raramente avuto per le mani una tale farragine di errori di fatto, dovuti all’ignoranza di documenti fondamentali, e di illazioni oltraggiose, e mi propongo di dimostrarlo senza lasciare dubbi. Il film, che suscita in me pensieri e sentimenti diversi, è importante e certo destinato a dare la versione più influente su una vicenda così lacerante.”. Pochi giorni dopo pubblica un instant book, 43 anni, ben scritto, in cui contesta la libera ricostruzione di Cucchiarelli. Se il film effettivamente si sostituirà alla storia è difficile da prevedere.

Fazio informa che il titolo è una citazione da un articolo di Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo Golpe, poi ripubblicato con il titolo Romanzo delle stragi, e fa leggere ai tre attori l’incipit dell’articolo concludendo nel punto: “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.” Appunto, una matrice metodologica con cui si tratta la Storia e si creano numerose e suggestive storie; già allora si poteva contestare a Pasolini: cosa sai? cosa sa un intellettuale di questa storia più di chiunque altro?

Nonostante le precauzioni di Giordana il film è stato accompagnato da immancabili feroci critiche che per comodità distinguiamo in: a) critica “a priori” sulla rappresentabilità di una ferita ancora sanguinolenta (Ezio Mauro, Scalfari) b) critica “a posteriori” fattuale e interpretativa della Storia (Sofri, Stajano, Boatti) c) meta-critica sulla “ruminante” banalizzazione del discorso storico (G. Ferrara) d) critica sul non-detto: si contesta il silenzio-assolutore sulla campagna mediatica di Lotta Continua contro il commissario Calabresi (Mario Calabresi, Maurizio Gasparri).

L’effetto emotivo generazionale “io c’ero”

Marco Tullio Giordana ha concepito questo film con gli occhi dell’Autore e non con quelli dello storico, e dice: “mi lega quest’immagine della mia vita, qualcosa che non posso dimenticare, lo devo fare io questo film, so di cosa si sta parlando, non è una presa di coscienza fredda da studioso è qualcosa che riguarda la mia vita e che è necessaria per trasmettere l’emozione in un film, se no il film diventa o un’opera noiosa pedagogica oppure una specie di ripetizione di un pregiudizio”. A posteriori potremmo dire che i timori preventivi sono stati entrambi confermati; fare un film partendo dalla propria memoria e tentare di “universalizzare” il proprio sentimento espone se stessi a critiche legittime.  Se da parte di Eugenio Scalfari “L’io c’ero” assolve Giordana e lo sponsorizza – pur senza gran successo, come vedremo-, sulle pagine di Repubblica, dall’altra “l’Io c’ero” di Giorgio Boatti contesta la memorialistica di Scalfari, oltre che la ricostruzione di Cucchiareli, e dice:
“La memoria, anche dei testimoni più autorevoli, perfino di coloro che si ritengono protagonisti di primo piano degli eventi, dunque a volte scarta. Si inceppa. Funziona, in perfetta buona fede, à la carte”. Amen.

Tra Fictionary e Storia, l’incomprensibilità del contesto:

“Se Giordana avesse fatto di «piazza Fontana» una tragedia greca, con personaggi immaginari, avrebbe potuto dire quel che voleva. Ma ha imboccato la via del realismo nutrita di finzione. È questo il tranello in cui non sono caduti né Francesco Rosi né Gillo Pontecorvo nei loro grandi film.” Così Corrado Stajano, in modo un po’ troppo normativo, pone un problema tra genere cinematografico e documentabilità della Storia. Solo quando i fatti sono condivisi e conosciuti da tutti possono essere distorti: nessuno di buon senso accuserebbe Quentin Tarantino per aver ucciso Hitler in Inglourious Basterds contestandogli la distorsione della storia, ma farlo con la Strage di Piazza Fontana pone limiti e problemi di ricezione, di mancata identificazione e empatia abortita, si rischia l’incomprensione dello spettatore.
Eppure, eppure negli intenti di Marco Tullio Giordana traspare una volontà storico-pedagogica, di farsi capire, di istruire le nuove generazioni: “volevo fare qualcosa che desse soprattutto ai ragazzi nati dopo, che non ne sanno niente, il sentimento di un tempo, e anche la spiegazione di un Paese che hanno ereditato dopo un fatto tanto grave”. (video) Non ha tutti i torti Massimo Bertarelli quando su Il Giornale si domanda: “Chissà cosa capirà chi ha meno di cinquant’anni. Giordana e soci hanno fatto un gran bel lavoro, ma i troppi personaggi e tutti quei nomi, oggi dimenticati, rischiano di far perdere la bussola.” Anche il giovane scrittore Vincenzo Latronico scrive: “Giordana è riuscito a creare un film che non è un romanzo – perché, come i saggi, non costruisce l’interesse del lettore per la trama, ma lo presuppone – e che non è neppure un libro di storia – perché piega comunque la vicenda a un minimo di esigenze narrative.” Chiameremo questo genere Fictionary (diamo noi italiani alla parola anglosassone un significato, perché per loro è a-significante) intendendo con ciò una Fiction mixata con la storia, un genere ibrido che problematizza la distinzione tra finzione e realtà.

Se l’intenzione è quella di raccontare alle giovani generazioni una parte ritenuta importante per comprendere la contemporaneità l’obiettivo è saltato. Io stesso ho faticato a seguire la vicenda, e senza leggere i discorsi attorno al film, nello spazio paratestuale, per così dire, cosa avrei capito del film e di quella doppia bomba? Rimane il dubbio: come raccontare questa storia? Quando la strage ha “troppe storie”, come scrive Raffaele Liucci, occorre forse aspettare e lasciare alle nuove generazioni il compito di districare l’arabesco ideologico e recuperare linearità di giudizio. L’empatia spettatoriale si perde, ma è un problema? E’ per questo che il film, tutto sommato, ha avuto più spettatori in televisione da Fazio che al Cinema?

Che palle la strage di stato: il film va male al botteghino

“Costato 9 milioni, con 800mila euro concessi dalla Direzione generale del ministero per i Beni culturali e prodotto da Rai Cinema, Romanzo di una strage finora ha incassato un milione 750mila euro.” (fonte)

Ho sentito dire a Renato De Maria, autore di La prima linea, che il suo film fu contestato pregiudizialmente con tesi assurde di “romanticizzazione del terrorismo”, e che se ne fece un gran parlare sui giornali a tal punto che: “le persone credevano di averlo già visto, attraverso i discorsi di tutti, ed erano nauseate”. De Maria sostiene che il film andò male anche perché non aveva dalla sua il “pubblico di Repubblica”, cioè quelli che girano con una copia di Repubblica sotto braccio, quelli che non guardano la tv fuorché Fabio Fazio, Lilli Gruber e amano addormentarsi con Serena Dandini. Chiaro che questo secondo punto è in contrasto con Romanzo di una Strage che è stato promosso bene da una certa parte della Sinistra, senza funzionare al botteghino. Se ne è parlato tanto, è vero, forse fino alla nausea, ma più probabilmente c’è una scollatura tra società civile e discorso intellettuale pubblico. Se ne è parlato molto sui giornali ma poco nei bar. Questo è il tipico film che avrà più successo in televisione e su internet, cioè visto gratuitamente, e che nello scontro tra Titani perde.

La motivazione più convincente ce la dà il sempre provocatorio Giuliano Ferrara: gli anni che ci separano dalla Strage di Piazza Fontana hanno prodotto numerosi frusti discorsi circolari che banalizzano la storia con l’incomprensione dei fatti, un esempio lampante è il “complesso-Pasolini“, e trasformano questi 43 anni in “un tempo vuoto e obbligato, in cui il nostro linguaggio si aggira senza libertà, nel più sleale conformismo verso il racconto, la narrazione, l’epica”, e ancora: “questa generazione [di banalizzatori n.d.r.] fa della memoria, che sarebbe una cosa seria, un lento, continuo, interminabile ruminare il già noto”.
La via di uscita è  quella – come ci ricorda Guido Panvini in Strane Storie, il cinema e i misteri d’Italia (Rubettino 2011) -, indicata da Italo Calvino: “occorre sfidare il labirinto […] ossia entrare in un territorio apparentemente ermetico e trovare la via d’uscita. Bisogna tornare alle grandi narrazioni del passato che non escludevano il mistero, ma lo attraversavano fino a svelarlo. Come ricordava Francesco Rosi in un’intervista del 1972, ‘occorre un’analisi del potere che ne faccia emergere la sua logica interna, i suoi tessuti connettivi, la scoperta del suo vero volto'” cioè tutto ciò che manca a Romanzo di una strage.

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3 thoughts on “Romanzo di una strage, persi nel labirinto

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