Note sugli Hipster

 

“Molte cose al mondo non hanno un nome, e molte, anche se il nome ce l’hanno, non sono mai state descritte.” Iniziava così Susan Sontag le sue sagaci Notes on Camp nel 1964. Sontag tentava con successo una definizione in 54 note di una certa “sensibilità” e un certo “atteggiamento” tipici di una sottocultura omosessuale, e presto diffusa ad ampio raggio nei consumi culturali. Oggi il problema di definizione è quello della sfera Hipster*, e di note ne bastano una decina.


Hipster vs Punk sfigati, breve introduzione.

Definire gli Hipster è difficile ma non impossibile; capita di sbagliarsi, come succede in una gallery di Repubblica, la quale riprende un articolo del Sunday Times che definisce Bologna la città hipster. Sarà, ma dove l’editor vede hipster io vedo: ragazze grasse in pantacollant, ragazzi in birkenstock, studenti terroncelli che bevono birre sgasate nella, eh sì, zona Bohèmienne di Bologna, via del Pratello. Sono anticonformisti ma tutti concordi nel vestire etnico-orientale: impugnano in una mano il guinzaglio del cane – quasi sempre un molosso-  e nell’altra una birra cheap comprata negli Apu Market; indossano magliette larghe a tinta unita che fanno molto noglobal anni ’90 pescate in un tragico mercatino dell’usato che rimacina i gusti e gli stili in un eterno ritorno nicciano. Alcuni di essi hanno i capelli rasta lunghissimi a due o tre piani come le parrucche alla Luigi XIII. Trasandato is the new sexy. Ma questi sono Hipster? No.

Quelli di cui parla Repubblica e il Sunday Times sono per lo più studenti fuori sede che nel viaggio da Pizzo Calabro a Bologna vantano una metamorfosi pasticciata tra vestiti H&M/etcnico-orientali/piercing e tatuaggi in quantità. Amano bivaccare nelle piazze (tanto che esistono leggi anti bivacco che sembrano costruite apposta attorno a loro).Per loro la musica si limita ai bonghi e alle chitarre, ma rigorosamente suonate in piena notte e mai in solitudine. Sono semplicemente la versione remixata di No-tav, ex Clochard, punk-a-bestia che trovano ristoro in centri sociali e festicciole Drum&Bass. Ovviamente anche a  Bologna ci sono gli hipster, come in ogni città in cui si sono istallate le  “fast fashion retailer”.

10 note sugli hipster

Cercherò comunque di dare alcune descrizioni.

1. Hipster sarai tu. L’Hipster non ammetterà mai di essere Hipster. Non c’è un’identificazione politica o intellettuale che viene manifestata simbolicamente attraverso i vestiti, non è neanche una sottocultura musicale, è più una moda nel senso di fashion.

2. Vintage senza storia. Indossare abiti di seconda o terza mano, o nuovi ma che sembrino di seconda o terza mano. Le “divise” Hipster sono in vendita da H&M o American Apparel, le quali non solo intercettano il gusto ma lo ridefiniscono. E’ per questo che i codici cambiano: un tempo bastava vestirsi di nero e comprarsi un paio di anfibi ed eri Goth; oggi si cambiano codici ogni stagione per garantire il fatturato.

3. La scomodità è bella. Zaini enormi, cappelli di lana anche con 20 gradi all’ombra, pantacollant, pantaloni superslimfit che stanno bene solo ai teenager di Gus Van Sant. Gli hipster non scordano mai le cuffie a casa, devono essere sempre in bella mostra: anche se non stanno ascoltando musica. Fa figo.

4. La citazione. Leggere riviste come Studio, Internazionale, Pitchfork, Vice, e farlo sapere a tutti. Non ha alcun senso leggere Internazionale a casa seduto sulla poltrona, bisogna leggerlo al parco, nei bar, tenerlo sotto braccio. Gli Hipster passeggiano con un libro nella borsa, ma bisogna assicurarsi che si capisca che è una edizione fuori stampa degli anni ’70 -’80 introvabile, di autori noti; non occorre leggerlo, lo si tiene finché si abbina bene con i vestiti. David Foster Wallace equivale a un paio di occhiali: nessuno vi chiederà mai: “parlami di questi occhiali”. E’ sufficiente citarne la marca, limitarsi a giudizi vaghi.

4. Frangetta rules. Se sei una ragazza devi avere la frangetta o un taglio di capelli che ti faccia sembrare naturale dopo una scopata o una lezione di aerobica, che fa tanto eighties. La fascia Hippie è stata ripescata senza implicazioni politiche o velleità woodstockiane: funziona come accessorio. E’ tutto un accessorio: un significante vuoto. Anche se qualcuno sostiene che serva per reggere il cervello.

5. Non-luogo+Non tempo+Non spazio. La democratizzazione della moda consente a tutti di comprare abiti a poco prezzo, e ha reso i vestiti sempre più usa e getta. Gli Hipster sono transnazionali. Non ha più alcun senso dire: “a Milano vogliono imitare come si vestono a Londra”, perché ci vestiamo tutti come vogliono gli svedesi.

6. Aggiornamento. Essere hipster è un lavoro a tempo pieno, le riviste come Pitchfork ti dicono cosa ascoltare, quelle come Vice ti dicono cosa indossare, cosa apprezzare e condividere. Internazionale ti rende cosmopolita, anche se sei stato giusto a Barcellona o a Berlino, sempre con italiani, e hai mangiato una pizza fredda dopo una serata in discoteca e poi subito in aeroporto.

7. Caramelle. Le droghe chimiche hanno sostituito le naturali; non servono a liberare un bel niente, non sono le consciousness expanding drug dei beat, ma servono a farsi piacere il djset anche quando i propri gusti “naturali” preferirebbero il silenzio. Drogarsi è un’esperienza comunitaria che va condivisa il giorno dopo su Facebook. Più vomiti e svieni più ti sei divertito.

8. Arty. Avere una reflex ti rende un fotografo. Ma avere Istagram ti rende un artista: con tutti quei filtri che fanno foto “pittoriche” e formalmente “belle”, gli Hipster si fotografano continuamente i piedi o i soffitti, credono tutti di essere creativi. E’ il trionfo del fotoritocco, come nei primi del ’900, ma in digitale e con i colori desaturati!

9. Avere un lavoro vero è da sfigati.

10. Lovermarks. I brand fighi vanno esposti o citati nelle conversazioni, per sapere quali solo occorre munirsi di magazine intellos-wannabe.

Hipster non si nasce, ma lo si diventa fin da piccoli.

* Chiariamo subito un equivoco: più che una sottocultura alternativa all’egemonia dominante è un’etichetta, mal descritta ma chiacchieratissima, diffusa ovunque: come i McDonald’s apparentemente è standard in ogni nazione, in realtà possiede sfumature autoctone (come il McRise Burgher asiatico o il McShawarma israeliano) che si manifestano in micro-variazioni di colori e abbinamenti.

CONTINUA HIPSTER E GENERAZIONE TUMBLR

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15 thoughts on “Note sugli Hipster

  1. Se gli hipster leggeressero davvero Foster Wallace smetterebbero di essere hIpster. Non credo leggano Wallace, non credo leggano: ad ogni modo non basta questo a svalutare uno degli autori più importanti della letteratura contemporanea. Un talento. Che chiunque abbia mai letto due righe stampate, o preso una penna in mano dovrebbe rispettare e non deriderlo sbrigativamente tacciandolo per modaiolo.
    Frasi fatte è un bel nome, è calzante.

    • Siamo alla comprensione del testo elementare qui; mi chiedo quale inutile esistenza possa spingere una persona a una futile puntualizzazione se non la palese richiesta di essere punito.

  2. il testo l’ho compreso a livello elementare, mi sembrano categorie e descrizioni sommarie, mi sento chiamato in causa perchè lettore appassionato dell autore citato e trovo tutto questo fuorviante.
    ti bastano come motivi?

  3. Già la Soncini a volte è insopportabile per la sua supponenza. L’imitazione del suo stile (anche nelle risposte ai commenti considerati non all’altezza, all’altezza de che poi non di si sa… la la mancata comprensione elementare del testo è un classico sonciniano) rende questo post del tutto superfluo. Spero in una maggiore autonomia di giudizio, in futuro.

    • Mi spiace apparire odioso, forse un po’ lo sono. (Ma non è un saggio critico su D.F.W.!).A seconda del lettore, qui è tutto l’imitazione di qualcuno che voi leggete. Tutte diverse tra loro le matrici, avranno lo stesso stile? Io non ho stile, solo buoni argomenti. Saluti.

  4. Io ho capito: questo post non intende denigrare un grande scrittore americano ( mi pare di capire dal testo che l’autore non è così sciocco da pensar male di F.W.), la critica è contro il vezzo di utilizzare un “libro x” come accessorio fashion. E’ una presa per il culo di quelli che, per fare un esempio, si sentono in diritto di “difendere” scrittori americani o italiani, manco fossero dei critici del New York review of book o di Alfabeta, solo perché hanno in libreria un Wallace o un Roth o altro grande scrittore american o italiano che – a questo punto è chiaro, anche a me – non hanno letto, e se l’hanno letto non l’hanno capito.

  5. Hai scordato Bukowski o comecazzosiscrive. Forse anche un accenno alle Converse ci stav, e al fatto che alle serate hipster sono tutti dj. Ci sono 2 dj in console, e 18 tra i 20 tizi che costituiscono il pubblico. Il venerdì sera tizio va a vedere caio che suona, il sabato è caio che va a vedere tizio. E’ una forma di mutuo assistenzialismo.
    Poi… “suona” è una parola grossa. Attaccano il MacBookPro all’impianto e premono play su quel programmino del cacchio che gli mixa automaticamente i brani.

  6. Pingback: Poveri si appare, nuovi immaginari Hipster nascono e muoiono con Tumblr « FRASISFATTE

  7. ma scusa, “terroncelli” (non ti passo il termine) con cani e birkenstock?! i freakkettoni non esistono più, sveglia! di hipster ne è piena bologna…ma la tua descrizione risulta poco attendibile. Informati!

  8. potevate intitolare il post “note sul qualunquismo” …
    il solito sport saccente di chi vuole inquadrare chi è “diverso” con dei luoghi comuni

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