La cresta di Balotelli e lo spirito italico. (con una nota sullo spot Nike)

Mario Balotelli nello spot Nike, My Time is Now

Non ci provo neppure a scrivere qualcosa di intelligente sulla “fine del sogno” di essere primi in Europa. Oggi tutti i commentatori stanno, giustamente, ridimensionando le aspettative e i parallelismi psicologico-social-politici che avevano inopportunamente caricato sulle spalle e sulle gambe dello scontro Italia – Spagna. Vi risparmio i commenti da cascettaro (termine pescarese per definire chi non sa perdere e si indispettisce), del tipo: “Erano più freschi. E noi troppo generosi…”. Siete abbastanza grandi da poter affrontare la sconfitta contro una grande squadra, la Spagna, che gioca indubbiamente meglio di noi. E sono pure fighi. Accusato il colpo? Ripartiamo claudicanti verso casa, con la nostra generosità.

Mario Balotelli esulta. Black power.

Forse avevamo bevuto troppa birra nei festeggiamenti dopo la (ri)vincita contro l’antipatica Germania, ma ci stava. I crucchi non hanno fantasia e perdono, troppo impostati e psicologicamente spaventati da noi – solo nel calcio. Ci eravamo convinti di essere forti, complice il corpo di Balotelli, lì, sul maxi o mini schermo, in quel fermo immagine da incorniciare, un fisico post-Leni Riefenstahl. (e infatti, i giapponesi hanno già copiato lo stile del tamarro, seppure in formato mignon. Per un po’ si esulterà à la Balotelli nei campetti di calcetto in giro per il mondo). Un corpo da tavola anatomica che mi ha mostrato muscoli di cui non ipotizzavo l’esistenza.

Poi c’è l’altro Mario, quello meno famoso e con gli addominali nascosti giustamente sotto la camicia, che ha colto l’occasione per farsi fotografare vicino alla nazionale; per mostrarsi più umano, meno robotico. A infastidirci ulteriormente c’è il fatto che non sapremo mai come esulta un mini-pimer a un gol.

Il calcio è riuscito nell’impresa schizofrenica di far passare Mario Balotelli da Il Negro a Il Padano nello spazio di una partita. (In fondo il razzismo richiede un certo grado di coerenza che gli “italiani-brava-gente” non hanno). Un amico ha scritto mentre si perdeva contro la Spagna: “Balotelli sta tornando lentamente ad essere un negro”. Mi auguro abbia torto: la nostra memoria non può essere tanto effimera da dimenticarci quel corpo cinestetico, ipnotico, e la vitalità sexy (1) di un giovane bresciano prima odiato (perché con tratti nazional-popolari troppo marcati) poi amato, che ci ha portato fino a lì. E ora? Tutto finito? Si ritorna al “che caldo che fa”, e al “governo ladro”, con la nuova sfumatura: “Passera indagato è sicuramente colpevole”, e fra qualche settimana ripeteremo ancora “i calciatori li paghiamo troppo”. Era solo un sogno, e ci siamo svegliati. Ora torniamo a lagnarci.

MY TIME IS NOW, NOTE:

1. A ricordarci la figaggine di Balotelli c’è lo spot ironico e tamarro della Nike-che-ha-capito-tutto.  Nello spot monodivistico che si affianca a quello di squadra della campagna My time is Now, con i migliori campioni di calcio al mondo, Mario è in uno di quei barbershop americani da ghetto – il che sottolinea che neanche i creativi della Nike lo considerano italiano. Il barbiere, un hipster nero con l’aria da comparsa nel video di Lauryn Hill Doo Wop (That Thing), fa accomodare un balotelli stile afro e gli chiede: “what do you want?”,  B. risponde sborone: “to be remembered” . Lo sta dicendo a noi, dritto nei nostri milioni di occhi, mentre aspettiamo il secondo tempo. Finalmente, dopo una serie di tagli che sono una rassegna dei capelli-scultura dei campioni mondiali, già icone passate alla storia sociale della moda, la scelta ricade sulla Cresta alla Balotelli. B. è soddisfatto del taglio, è il suo. E’ il nostro? Sarà un’estate di creste? B. esce dal barbiere con un monito: “See you on the beach“. (1b) Chiude la sequenza il barbiere che invita noi a sederci chiedendo: chi è il prossimo (campione), il tutto accompagnato dalla scritta: My Time is Now.
                                       1b) uno slang – giusto per rimarcare il fatto che non è uno spot per italiani -, che significa che ci si vede in un posto conosciuto, dove tutti stanno andando. L’Urban Dictionary spiega che è nato da Steven Spielberg, in particolare nella sequenza dei primi 24 minuti di Salvate il soldato Ryan. In essa vediamo gli americani che stanno per sbarcare a Omaha Beach (nome in codice dato dagli alleati ad una delle cinque spiagge su cui avvennero gli sbarci il 6 giugno 1944). Tom Hanks/Capitano Miller dice al suo plotone: “I’ll see you on the beach”. Lui è il capitano, e loro sono ragazzi spaventati e valorosi che devono vincere una guerra. E la vinceranno, seppur con molti feriti. Se è un riferimento a Italia – Germania è del tutto azzeccato. Questo collegamento intertestuale al film di Spielberg dà un nuovo significato alla frase “see you on the beach”, non solo: “ci vediamo là”, ma anche: “ci vediamo là a combattere”.
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