Freak Cult: Die Antwoord, una recensione

MAMELAPA UMNQUNDUWAKHO! (Listen here, you fucking asshole)

ANDIFUNI UKUYAEHLATINI! (I don’t want to go to the bush with you)
SUKUBAMMBA INCANCA YAM! (don’t touch my penis)
ANDI SO STABANI! (I’m not a gay)
INCANCA YAM YEYAMANTOBI! (This penis is for the girls)
INCANCA YAM ICLEAN! (My penis is clean)
INCANCA YAM INAMANDLA! (My penis is strong)
NDIYINKWEKWE ENKULU! (I am a big boy)
ANGI FUNI UKUBA YEENDOTA! (Don’t want to be a man)
EVIL BOY 4 LIFE! YEBO! (Yes)
EVIL BOY 4 LIFE!

Wanga, giovane  xhosa  in boxer (1)

Ignorarli è impossibile. Ci ho provato, è impossibile. Li ho visti, nell’ordine: su Wired (quel giornale in cui gli articoli sono lunghi una pagina e sembrano scritti unicamente in funzione della grafica accattivante. Ah, e c’è un sacco di pubblicità di roba figa che vorresti comprare), poi su Fb i miei contatti gay hanno iniziato a parlarne spasmodicamente, infine li ho visti in un video al David Letterman Show. Direi che, se ancora non li conoscete, ve li presento io.

Sono tre sudafricani dai nomi da captchaYo-Landi Vi$$er, Ninja e DJ Hi-Tek (Dj Hi-tek, di cui sappiamo solo essere omosessuale cfr. nota 1b, non si vede mai, cercando in rete ho trovato una sua foto e penso di capire perché non si vede mai). Yo-Landi è una biondina che somiglia a un coniglio, magrissima e immagino non superi il metro e 50, e ha la voce di una bambina di sei anni. Ha l’aspetto inquietante forse per via delle non-sopracciglia; c’è da dire che fa di tutto per accentuare la sua fisionomia algida e infantile con stratagemmi alla Chris Cunningham per fingersi un robot-alieno. (2) Ninja, il più fuori età dei tre, è tutto ciò di più lontano da come uno si immagina un rapper sudafricano: bianco pallido, biondo, scheletrico, pieno di tatuaggi di cazzi – o tatuato alla cazzo, come preferite. Ha l’espressione di Borat sotto lsd. Nel complesso è bruttino.

Difficilmente capirete qualcosa di quello che cantano, a meno che non siate uno di quegli 8 milioni che parlano xhosa, o dei 12 milioni che parlano Afrikaans o altre lingue morte del sudafrica. (Forse inconsciamente siamo tutti attratti dalle consonanti clic, ma io non so dirvi). I Die Antwoord sono quel genere di persone che usano fuck tra una parola e la successiva, le pause fonetiche sono da sfigati. Il loro è “rap-rave next level sh*t”, dove l’asterisco sta per un’attenzione compulsiva alla grafica e allo stile più che a un’autocensura. Quando David Foster Wallace e Mark Costello scrissero il loro bellissimo saggio sul Rap non immaginavano certo che il tanto amato “postmodernismo”, inteso come mix di forme culturali diverse ma coerentemente assemblate per eccesso in un contesto pop e moderno, avrebbe fatto nascere i Die Antwoord, la risposta. E ad essere sincero penso che non gli sarebbero piaciuti; anzi penso che avrebbero invocato un’apartheid o una rivoluzione colorata solo per sterminarli. Ecco cosa ne penso io: secondo me sono la realizzazione piena della visione distopica marxista francofortese sull’uso e abuso della cultura di massa, here we go.

Chi sono? Sono i discendenti “spiff” dei colonialisti spietati: tedeschi, olandesi, e nelle loro canzoni e nelle loro intenzioni cercano di far sembrare la cultura sudafricana un meltin’ pop di brava gente che si ama, nello stile riconciliante arcobaleno-Benetton interracial. (E nonostante gli sforzi di Ninja per fare da ambasciatore culturale al Sudafrica, penso che dovremmo continuare a tener per buono lo studio commissionato dal CSVR, Centre for the Study of Violence and Reconciliation. (3))

Musicalmente non ho assolutamente idea di cosa dirvi. Mi pare che i critici siano piuttosto concordi su una media sotto la sufficienza. La parte più interessante, per me, è quella visiva: i loro video sono un concentrato geneticamente modificato di camp, kitsch, pop, hip-hop. C’è un po’ di Chris Cunningham e di Diane Arbus nel video I fink u Freeky; con i ritratti di uomini e bambini sporchi e bruttarelli, una sorta di progetto alla August Sander, quello che ha ritratto gli uomini del nazismo in Face of our times. Pose surreali alla Dalì con tanto di topi bianchi sul corpo, e graffiti alla Keith Haring ovunque; ah e non mancano i costumi da cosplay nipponici. In confronto David LaChapelle è sobrio. (Hanno anche visto e digerito Harmony Korine, e tante altre cose che non sto a scrivere.) Ammetto che il volto galleggiante con occhi iperdillatati della biondina è ipnotico. Loro sono ipnotici, ti viene voglia di guardarli anche se non vuoi. Come ho letto da qualche parte: “è come un incidente stradale, non puoi fare a meno di guardarlo”. In un certo senso è l’eccesso presente sulla rete con una selezione che privilegia l’arricchimento visivo pop, quel genere di cose che ci piaceva appendere alle pareti quando eravamo adolescenti. (E che segretamente ancora ci seduce).

In Baby’s on fire siamo in casa di una famiglia sudafricana bianca. Tutti biondissimi e colori pastello ovunque, in un video che è un piccolo corto – coerentemente col trend “lungo-è-figo”. La biondina cerca di farsi un tamarro bonissimo ma ogni volta viene interrotta dal fratello roito, interpretato da Ninja, che insegue il motociclista/graffittaro/rallista con bastoni/katane/pistole. Le pose sono studiate, Roland Barthes direbbe che la biondina è ricoperta di codici: una frangetta dal taglio geometrico, capelli lunghi lisci come fili d’oro, e mille accessori. Poi, gli immancabili oggetti di design usciti da un sexyshop in cui deve aver lavorato uno di quegli artisti giapponesi con la fissa per i manga: cazzoni su oggetti antropomorfizzati, tutto ipercolorato, quadretti stilizzati di scene famigliari. Il sito web segue lo stile. I loghi sono come firme di autenticità, ci dicono: state tranquilli che vi facciamo vedere qualcosa di bello.
Nelle interviste ci vogliono far credere naturalmente che è tutto molto autentico e molto istintivo. Erano tre disoccupati, si sono incontrati, si sono detti: quanto siamo cool, quanta creatività abbiamo, usiamo YouTube e spacchiamo il mondo. E ce l’hanno fatta, ora li pagano 50 mila dollari per un concerto e finiscono sul pavimento lucido del David Letterman a fare i bizzarri. (Io dico che quei video sono tutto fuorché realizzati a basso budget. Ma va bene, sospendiamo l’incredulità.)

 

Per vedere i loro video YouTube vi costringe a loggarvi per dimostrare che “siete maggiorenni”. (sono piuttosto certo che la maggior parte dei 8271662 che hanno visto Evil boy, dove c’è un nero col cazzo duro sotto le mutande, e basta questo per farvi venire voglia di vedere il video, beh, sono piuttosto certo che abbiano certificato la maggiore età pur non avendola raggiunta. Ma va bene).

Note:

1. beh, non è come pensate. Se avete pensato qualcosa, non è così. Non è ” purtroppo”  il solito testo esplicitamente omofobico. Non sta parlando dei turisti europei che vanno in Sud Africa a palpare i minorenni col cazzone. Wanga si riferisce alla pratica della circoncisione, che lui rifiuta, e la sua comunità lo ostracizza dicendo che non è un vero uomo: che è un frocetto. E quindi lui risponde: io non sono un uomo, sono un evil boy, non sono gay, il mio cazzo è pulito. (la pratica della circoncisione viene effettuata anche per motivi igienici). Vedete come tutto torna? Niente omofobia, più pro-omo di questi si muore. (1b)
La cosa figa è che è tutto un doppio senso, noi occidentali la vediamo così: “non ci vengo dietro al cespuglio con te, il mio cazzo è per le donne, il mio cazzo è forte” lo vediamo come una dichiarazione di virilità dovuta a una avances gay. E invece si riferisce a un negro con le cesoie che cerca di tagliarti un pezzo di cazzo senza anestesia, tenendo per giorni una foglia sul pene sanguinante come passaggio rituale verso la mascolinità.  Tutto questo l’ho scoperto leggendo i commenti in un blog.
                        1b. Se volete vedere come si neutralizza la parola faggot dal suo significato dispregiativo (frocio), guardate il video in cui Ninja enumera i motivi per cui i testi dei Die Antwoord non sono omofobi
2. Mi ricorda Fever Ray quando ha ritirato non so quale premio e si è presentata con un burqua fucsia che copriva una maschera di cera dal volto deformato. Ecco, questo genere di cose rendono il ritiro dei premi – un rito noioso e autoreferenziale -, più godibile. La biondina è l’aspetto visivo del gruppo, concentra su di sé ogni attenzione maschile e femminile: ecco perché nella copertina di Tension c’è lei, che mangia un cuore.

3. Copio e incollo da Wikipedia: Nel febbraio 2007, il Centro per gli studi sulla violenza e riconciliazione fu assunto dal governo sudafricano per sviluppare uno studio sulla natura dei crimini. Lo studio affermò che il paese è esposto ad alti livelli di violenza come risultato di diversi fattori, tra i quali:

  • una diffusa cultura di criminalità e violenza, che spazia dal comune criminale a delle vere e proprie gang organizzate. Comunemente vengono usate armi da fuoco, tranne a Città del Capo, dove si è riscontrato l’uso prevalente di armi bianche. La “credibilità” all’interno di questa sottocultura criminale è legata alla disponibilità a ricorrere alla violenza estrema.
  • L’alto livello di disuguaglianza, povertà, disoccupazione, esclusione sociale e marginalizzazione. La vulnerabilità dei più giovani unita all’inadeguatezza di strutture adatte alla crescita e alla socializzazione dei bambini. Come risultato della povertà, delle condizioni di vita, dell’essere cresciuti senza genitori o senza le adeguate cure, diversi bambini sudafricani sono esposti al rischio di diventare criminali o comunque di compiere atti di violenza.
  • La normalizzazione della violenza. La violenza è vista come un mezzo necessario per risolvere i conflitti; inoltre gli uomini pensano che i comportamenti sessuali coercitivi nei confronti delle donne siano legittimati.
  • La dipendenza da un sistema di giustizia penale che è inadeguato in molte questioni, tra cui l’inefficienza e la corruzione
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4 thoughts on “Freak Cult: Die Antwoord, una recensione

  1. Ti ci sei pure impegnato a fare copia e incolla da altri siti per tirare fuori una specie di recensione da sfigato? Io lo lascerei fare a chi ne capisce qualcosa, questo è un consigio.
    Avere un blog non significa essere illuminati da una qualche conoscenza divina, possedere un blog serve a convincere te stesso che occupi un posto nel mondo.
    Ci sono molti modi per combattere la frustrazione, uscire di casa ad esempio sarebbe un buon inizio e i Die Antwoord non ti ammorberebbero più in rete. Pensaci !
    RESPECT ZEF SIDE

  2. Io penso che sia l unico gruppo che fa le cose senza seguire uno schema,tutto a cazzi propri…in poche parole? gli unici a fare musica davvero.
    Personalmente li adoro…e cmq ti sei troppo dilungato nel parlare del cazzo del nero….mha!!!!!

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