Immobilizzati. I giovani e il lavoro

“Se siete venuti a questo colloquio pensando di trovare un lavoretto e tirare su un po’ di soldi, vi dico subito che avete sbagliato posto”. E’ quel che mi sono sentito rispondere dalla titolare di una libreria in pieno centro a Bologna facendo notare la penosa offerta lavorativa appena ricevuta: 10 ore lavorative al giorno, dal lunedì al sabato, con pausa pranzo di mezz’ora, a 700 euro mensili. Il contratto? “Non lo sappiamo ancora, se il nostro ‘caro’ Monti si decide con le nuove norme…”. Siamo alle solite: ci si nasconde dietro reali lentezze burocratiche e legislative per giustificare furberie e disonestà.

Il nostro passato

Eh sì, uno si laurea a pieni voti e se è minimamente sveglio riconosce dal primo giorno di università che le puttanate inculcate in età adolescenziale, quando professori e genitori ti insegnavano che: “bisogna studiare! non importa cosa, poi si vedrà”, erano solo un residuo di lotte sessantottine miste a idealismo astratto. Idee sconfitte dalla storia. Però credi (a torto) di avere opportunità perché sei giovane. Quando capisci che sei un reietto perché hai avuto l’ardire di concederti il lusso dell’università-liceo-lungo ormai è tardi; e ti senti terribilmente colpevole verso te e gli altri. Se invece non sei sveglio, o cinico, è più complicato: ti illudi fino alla fine di potercela fare a raggiungere il sogno professionale. Credi sia un diritto fare l’università e pretendi di emanciparti con percorsi di studio che in altri tempi si potevano permettere solo le ragazze di buona famiglia. Ora anche i figli delle serve vanno all’università e si iscrivono a Scienze della Comunicazione, Filosofia, Beni Culturali. E lo fanno, anzi lo facciamo, per due motivi: anzitutto è quella stessa serva che è fiera di pulire le scale pensando che il figlio abbia la possibilità di studiare. (ignorando completamente che senza talento, ambizione, spirito di abnegazione e sacrificio non si va da nessuna parte). Primo fatale errore. Il secondo motivo è che lavorare fa schifo, quindi meglio proseguire gli studi. (1) Inutile dirvi che finisce sempre tragicamente: imbracciando un tamburello (ancora!) dividendo la piazza (ancora?!) con i pensionati (eh); tutti uniti e incazzati contro il Governo Ladro. Sempre di sabato.

Il nostro futuro

Veniamo alle esperienze di vita. Ultimamente ho lavorato per circa 4 euro all’ora e senza contratto in un negozio. Ero riconoscente ai miei PADRONI (perdonate il refluo pseudo-marxista, non lo farò più), perché l’alternativa era starmene a casa e considerarmi un disoccupato di merda. Non ho visto l’ombra di un finanziere né di un ispettore del lavoro, niente. Quando il commerciante vuol fare le cose per bene ti fa il contratto a chiamata. (E tu sei contento perché a contributi, malattia, e altre “voci” da busta paga non ci pensi: è già tanto avere un foglio con scritto che hai un lavoro. Evviva!).

La “verità” su giovani e imprenditori

Naturalmente gli imprenditori sono tutti liberisti; tutti figli di Murray N. Rothbard che lottano contro lo Stato Ladro colpevole di stritolarli con le tasse. Eh sì, l’aggressione del fisco italiano – spropositatamente alto -, va fermata solo con l’evasione, come insegnano gli anarco-liberisti. Gli italiani sono bravi a evadere. Che idealisti; quanto lottano! Ovviamente dietro un problema reale, il fisco, si nascondono i peggiori interessi e l’incompetenza di bottegai che avrebbero dovuto chiudere battenti anni fa. Se siamo pronti a dire la verità sugli studenti mammoni scansafatiche e impreparati, e lo siamo, diciamola tutta anche sugli imprenditori falliti che si reggono in piedi “grazie” a scappatoie fiscali, furberie contrattuali, e nei casi peggiori con il lavoro nero e/o mal pagato di giovani disgraziati. La verità è che lo Stato ha bisogno degli evasori, cioè della maggior parte delle attività commerciali, perché se facesse realmente rispettare le leggi anti-evasione chiuderebbero più imprese di quelle che nascono. Questa si chiama connivenza tra Stato e illegalità. Lo Stato si dà leggi che non può far rispettare ai suoi cittadini. Succede sempre più spesso in questo strano paese.

“Il lavoro non è un diritto, va conquistato”, ha detto il ministro del lavoro più rivoluzionario degli ultimi anni. Sacrosanto. Ha ragione e non solleverò obiezioni sulle condizioni sociali-economiche che non permettono più il posto fisso e sicuro. Però ha anche detto: “mi giudicheranno i giovani”. Cara Elsa, diminuisci le tasse agli imprenditori, elimina la burocrazia, incentiva i nuovi imprenditori con sgravi fiscali, aumenta il numero e la qualità dei corsi di formazione professionale, falla pagare cara ai furbi la loro disonestà. A quel punto ti giudicherò, per ora ho preparato la valigia. Ciao.
P.s: Quando Moody’s ci declassa, e tutti noi ci meravigliamo e lo troviamo ingiusto mi ricorda – ecco il lato immancabilmente omosessuale di questo post -, Bette Davis quando risponde malignamente a una Joan Crawford/Blanche che dice: “Oh, se non fossi su questa sedia a rotelle..” con: “But you are Blanche, you are in that chair!“. Sì, ci siamo su questa sedia a rotelle, CI SIAMO.

Note:

1. La sto facendo troppo tragica e per motivi di spazio non parlo di chi:

  • sceglie un corso di studi che non ti faccia vergognare quando lo pronunci in pubblico
  • ha un buon lavoro artigiano, quelli che sanno fare
  •  fa esattamente il lavoro che sognava di fare e guadagna bene

Questo post non è dedicato ai forti, ma ai deboli. C’è stato un tempo dove anche i deboli, i meno bravi, i più coglioni, potevano avere un posto al sole dignitoso. E chiarisco anche la mia posizione riguardo ai laureati in scienze inutili: è giusto, o meglio dire normale, che non trovino lavoro in quei settori da loro amati; del tutto ingiusto che il solo fatto di essere stati in grado di fare l’università li renda dei lebbrosi agli occhi di tutti. Ci siamo?

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