Il film di Garrone ritrae il Paese Reale. Il Paese Reale è meridionale

Una coppia sta per sposarsi. Lei mora ipertruccata, lui lampadato con moltissimo gel, scendono da una carrozza trainata da cavalli che ha attraversato la periferia di Napoli per portarli in villa. Sorridono e liberano le colombe bianche dalle gabbie a forma di cuore. Il Kitsch regna. Benvenuti a Napoli. Il film è iniziato.

Grottesco.

Segue matrimonio tipico (?) meridionale: si mangia tanto, sono tutti sulla via dell’obesità, si balla una musicaccia vestiti da Soprano: ci si diverte molto. C’è anche Enzo! Chi è Enzo? E’ un non-maquasi-vincitore del Grande Fratello che è rimasto nella casa per 106 giorni. Ah Enzo è in Wedding Tour come i cantanti neomelodici; Gigi D’Alessio insegna.

Momento: non hai l’X-Factor, ma per la tua famiglia sei Il Divo.

La domanda che si pongono tutti coloro che vivono fuori Napoli è: perché trattare da artista una meteora televisiva? Qui c’è l’interpretazione di quel fenomeno sociale televisivo che vediamo ogni volta un concorrente sovra reagisce negativamente quando viene rifiutato a un casting. Gli abruzzesi hanno una bellissima parola per chi non sa perdere: cascettaro. Tutto è amplificato orrendamente dai famigliari che difendono i propri cari con un’indulgenza al limite del criminale. Cosa non si fa pur di non accettare la terribile verità: manca il talento. Perché dirsi la verità significa perdere ogni speranza di vivere in una fiaba. Ecco la fiaba di Garrone; quella in cui vive costantemente una parte del paese. Diciamo più Reggio Calabria che Mantova, per dire. C’è da ammettere che il film, in questo senso, rifà in modo cinematografico il tragico materiale antropologico che è catalogato nei “Talenti Incompresi” di X-Factor.

Al matrimonio ci lavora anche Luciano, travestito da Drag Queen, il pescivendolo wannabe V.I.P.. Luciano è il protagonista di questa parabola tutta discendente. Luciano aspira ad essere come Enzo, e crederà fino alla paranoia di essere il candidato ideale per l’edizione del Grande Fratello.

E fin qui io l’ho fatta così lunga che mi sembra di aver raccontato già un film. E invece no.

Momento: Televisione Cattiva che ci ha ridotto in questo Stato, ma anche no.

C’è l’altra parte di film che è quella delle interviste e recensioni che fanno pensare a tutti: ah ecco, questi sono così kitsch e hanno così cattivo gusto e aspirazioni inessenziali per colpa del periodo buio del Berlusconismo. Sono così perché sono poveri e non scolarizzati. Ci piacerebbe. Ci piacerebbe tanto poter dare tutta la colpa a qualcuno per giustificare quelli che fanno ore di coda nei centri commerciali per il reality ieri e Talent Scout oggi. Si chiamano terùn, e il paese ne è pieno. E non è più neppure un termine razzista per circoscrivere caratteri cultural-geografici. Ormai potrebbe essere esteso a tutti quegli italiani che si son trasformati nel loro peggior stereotipo. In Canada siamo tutti Ginos, negli Stati Uniti dei Guido; ma potrebbero benissimo chiamarci Pizza.

Troppo lungo. Come questa para-recensione.

Poi c’è un problema. A un certo punto, quando capiamo che i “non lo faccio per me, ma per mia figlia, per mia moglie, per mia zia”, e i “no, non è che mi interessa partecipare, però…”, in realtà sono il preludio al vendersi tutto pur di partecipare; capiamo, dicevo, che il film ha detto tutto quel che doveva dire. E lo ha fatto bene: il bisogno di fama può diventare una patologia -la sindrome da GF-, in apparenza un po’ cialtrona, come tutto il sistema di wannabe showbiz in cui vivono Luciano e la sua famiglia.

Perché allora, caro Garrone, continuare con riprese vorticose e fuori fuoco fino alla nausea per un’altra mezz’ora? Vuoi ritrovarti tutto il cast di Un Posto al Sole che ti prega per la comparsata della loro vita nel film del Grande Autore? No eh!

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