Amanda T. salviamo gli adolescenti dalla loro auto-rappresentazione online

Nel romanzo d’esordio di Jeffrey Eugenides – Le vergini suicide, c’era già tutto. Quando al primo tentativo di suicidio il medico dell’ospedale dice alla giovane Cecilia Lisbon che non ha ancora l’età per capire quanto è complicata la vita, lei risponde: «Evidentemente lei dottore non è mai stato una ragazzina di tredici anni». Digitate su YouTube il tag «If you really knew me» e otterrete 235.000 video di teenager che raccontano al mondo la propria disgraziata e prematura autobiografia. Cecilia aveva ragione.

Premessa: questi video sono l’adattamento grassroots del fortunato format prodotto da Mtv che riprende l’iniziativa del Challenge Day, un’organizzazione no profit dotata di un team di esperti in psicologia famigliare che aiuta gli studenti a relazionarsi senza «Imaschere o sovrastrutture». Lo scopo è creare una «Iconnessione emotiva attraverso la celebrazione della diversità». Alla fine della giornata i team leader radunano i ragazzi in palestra e li incitano a raccontarsi i propri inconfessabili segreti. In pratica terapia di gruppo + esposizione mediatica. Forti (le cheerleader, i quarterback, la reginetta della scuola) e deboli (i nerd, i grassi, gli emo) si abbracciano tra i singhiozzi. Tutti condividono empaticamente -forse per un effimero e irripetibile istante-, il dolore dell’altro. L’ambizione del Challenge Day è eliminare il bullismo; che nel nord america è roba seria – pare riguardi 13 milioni di vittime.

Su YouTube il progetto prosegue in modo amatoriale: sguardo in webcam, frasi scritte a mano su cartoncini, sottofondo musicale pop-rock emo (qualche titolo: If It Means a Lot to You, Scars, Breakaway). Potrebbero essere tutte protagoniste dei sequel di Fuga dalla scuola media di Todd Solondz: minacce dai compagni, pause pranzo in solitudine, anoressia e depressione. Tutto insieme. Leggo di una ragazza che è stata «bipolare, anoressica, bulimica», un’altra «stuprata e poi alcolizzata», un’altra ancora ammette: «sono grassa, depressa, e ho tentato il suicidio«; forse non hanno ancora l’età per la patente ma hanno già il materiale per decine di drammi epici. Altre hanno disavventure più comuni: genitori divorziati o deceduti, famigliari con problemi di droga o fratelli fuggiti di casa. Anche qui c’è chi piange ma nessuno si abbraccia: la dichiarazione di supporto avviene tramite like. Buona parte di questi video probabilmente è un fake col solo scopo di farsi compatire e partecipare alla narrazione collettiva di una generazione di vittime.

Classificarli come tipici disagi adolescenziali non è minimizzare. Abbiamo visto le teenager di Gus Van Sant infilarsi le dita in gola e vomitare per rimanere magre; e visto giovani assassini sparare ai propri professori. Tutte cose che accadono anche nella vita di un teenager americano: bulimia, sparatorie, suicidi. Tutto vero. Però sappiamo anche che il mito di un’adolescenza problematica è il nuovo maledettismo a cui aspira buona parte dei giovani cresciuti a Twilights e musica emo. Sappiamo riconoscere da uno sguardo in webcam l’estetica della sofferenza e del martirio come mezzo per farsi compatire. Tra questi video c’è anche quello di Amanda T. Anche lei ha una storia atroce e anche lei la racconta al web, la nuova frontiera del diario segreto. Mamma 2.0 ricorda: se vuoi sapere qualcosa di tua figlia leggi il suo blog o scopri il suo account sui socialcosi, scoprirai tutto quel che non ti dice.

Amanda Todd, non ancora sedicenne, si è suicidata ed è diventata la vittima simbolica del cyber-bullismo. Tutto ha inizio quando Amanda mostra il seno a una canaglia via webcam. Lui salva quell’immagine e la pubblica su Facebook. A quel punto iniziano i problemi a scuola, i compagni di classe dimostrano poca sensibilità e iniziano a emarginarla. Dicono che è bullismo. Amanda non ha la stoffa della lolita, non ha retto il peso sociale dei commenti bigotti e crudeli dei vicini di banco. Ha cambiato scuola, ma si è messa di nuovo nei guai iniziando una relazione con un uomo più grande e sposato. Pare che la di lui moglie abbia preso Amanda a schiaffi pubblicamente. Ancora bullismo (?). Si è ripetuto l’allontanamento della piccola maddalena dalla comunità puritana. Poi la giovane Amanda ha tentato il suicidio bevendo candeggina ma si è salvata grazie all’intervento tempestivo dell’ambulanza chiamata dal padre. Su Facebook hanno iniziato a taggarla su foto pubblicitarie di candeggina: il cinismo del web non conosce censure. Lei sempre più depressa alla fine si è uccisa; faceva sul serio. Anche se cyberbullismo è un’etichetta comoda e di impatto emotivo. Ci si sente meglio pensando sia tutta colpa di un pazzo, di uno stalker informatico. E invece la storia di Amanda T. sembra riguardi più il mancato controllo della propria immagine e identità online e offline, (con quel che prima di Facebook si chiamava privacy), più il rapporto con la società sessuofobica americana e con l’irresponsabilità degli adulti nei confronti dei minori. I bulli sono sempre gli altri, per dire.

Amanda prima di girare il suo ultimo video If you really knew me, che è poi diventato virale, aveva chiesto a una coetanea: «Come posso essere un’ispirazione per gli altri e far diventare i miei video più visitati?». Poi si è uccisa, e non sappiamo altro.

Ironicamente l’account YouTube di Amanda si chiama “Thesomebodytoknow”, quando ciò che l’avrebbe salvata è esattamente il contrario: non essere conosciuta e riconosciuta. Non essere esposta pubblicamente. Molti di noi ringraziano il cielo di non essere stati adolescenti nell’epoca delle webcam e degli smarphones; la quantità di cose di cui vergognarsi che siamo in grado di produrre tra i 13 e i 19 anni ci rende ricattabili a vita. Oggi Amanda è un simbolo; ma la sua immolazione contro il bullismo è al contempo tragica e gratuita, e durerà il tempo di un hashtag su Twitter. In uno dei commenti sotto una sua foto leggo: «Dopo aver passato il tempo a vergognarsi per una foto in cui mostra le tette si è suicidata. Bella mossa, ora migliaia di persone si masturberanno sulla foto di una morta».

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