American Horror Story, Asylum

Nel 1971 Mario Bava gira Reazione a Catena; uno dei primi slasher movie, sottogenere horror in cui un assassino, in genere mascherato, uccide le sue vittime in modo efferato con una lama. Nel 1996 Wes Craven aumenta la posta con la fortunata serie Scream, e alle suddette caratteristiche aggiunge la comicità. Alcuni sostengono che da almeno gli anni ’90 il genere horror abbia smesso di terrorizzare, di far paura, e sia diventato autoironico, citazionista, e parodistico; ne sa qualcosa Sam Raimi. Si può ancora spaventare (buh!) ma non fare paura, che è una sensazione di tensione più duratura e a cui ormai siamo preparati; non basta più un maniaco col coltellaccio. Semplicemente ci fanno paura altre cose: non più i mostri ma l’assenza di futuro, per dire. Questo per darvi il contesto.

Lo slasher, o meglio, lo splatter torna nella serie prodotta da FX da Ryan Murphy e Brad Falchuk già insieme per Nip/Tuck e Glee. Nella prima stagione di American Horror Story un adolescente in tuta di latex uccide tutti gli inquilini della casa. Questi si trasformano in fantasmi; ché nei serial non muore mai veramente nessuno. In questa seconda stagione il luogo claustrofobico è un istituto psichiatrico religioso gestito da una malefica suora, Jessica Lange. Una prigione che fa sembrare l’istituto di «Qualcuno volò sul nido del cuculo» un centro benessere.

Nuovi personaggi per una nuova storia che si concluderà alla fine della stagione. A una parte del cast originario si sono aggiunti, tra gli altri, Chloë Sevigny a significare Serie-Cult-Wannabe e Adam Levine, cantante dei Maroon5, a significare Serie-Per-Teenager. Tra i vecchi Jessica Lange nella consueta parte camp della stronza insensibile. Oh, le ho appena dato della vecchia?

In breve: siamo nel Massachusetts degli anni ’60, una coppia mista non rivela in società il proprio matrimonio poiché sono tutti troppo bigotti per una convivenza pacifica. La società non è pronta neppure per un’altra coppia, quella formata da una reporter ambiziosa e la sua compagna, un’ insegnante. Persino l’ottusa suora prova istinti libidinosi repressi verso il suo superiore, il reverendo. Ah, a proposito, Falchuk è cresciuto nel Massachussets e Murphy ha avuto un’educazione cattolica ed è sposato con un fotografo, David Miller. Perché vi dico questo? Perché American Horror Story fin dalla prima puntata della prima stagione è stata un pretesto per inserire stringhe di dialogo pungenti e intelligenti su tutto ciò che gli autori conoscono. Al di là dell’apparato horror con arti che saltano, freak che urlano e uccisioni celebri c’è un altro motivo per vedere questa serie. La scrittura di Murphy e Falchuk è sintetica, sagace, talvolta prevedibile ma sempre autoironica e brillante. E’ buon intrattenimento; è come mangiare un hamburger e patatine e goderselo sospendendo l’educazione sofisticata di gusto tipo HBO.

La scorsa stagione era basata sulla incompatibilità coniugale e gli annessi problemi di comunicazione padre-figlia. L’aggressione apparentemente dall’esterno celava problemi in sospeso, menzogne e tradimenti tra i membri della famiglia. Era un’analisi psicologica collettiva. Questa volta, anche se è prematuro dirlo, è incentrato sul clima di repressione dovuto a una società che non ha conosciuto né i diritti civili né la laicità ma è cresciuta a pane e retorica di estrema destra. Difficile capire che ruolo abbiano gli alieni e altre bizzarrie se non quella di farsi volontariamente detestare.

E’ quello che la critica televisiva del New Yorker, Emily Nussbaum, chiama con la felice formula: Hate-Watching. Cos’è? E‘ odiare tanto una serie televisiva e continuare a guardarla per dire quanto fa schifo e quanto è sbagliata in una infinità di modi. Succede quando siamo attratti dalla spettacolarità di una serie e tuttavia ne disprezziamo la piega di sceneggiatura perché non all’altezza delle nostre aspettative. Ecco, non datevi alte aspettative e ve la godrete di più.

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