Moonrise Kingdom – Il nuovo film «Postcard Cult» di Wes Anderson

Ogni volta che vedo un film di Wes Anderson ho la stessa impressione, ed è quella di vedere un bel film che è stato confezionato per essere cult di nicchia. Indie-cult? Postcard Cult? Se non gli facessi torto lo definirei un autore, o peggio: potrei dire autore hipster. Ma non voglio, perché mi piace, lo confesso. Moonrise Kingdom è la storia di due dodicenni, Sam e Suzy, entrambi con famiglie disfunzionali ed entrambi considerati bizzarri da tutti – lui è un orfano con gli occhiali a fondo di bottiglia e lei guarda il mondo con un cannocchiale perché «Fa sentire le cose lontane più vicine», ah e ascolta Françoise Hardy con un lettore vinile portatile che ha rubato al fratellino. Tipico. I due si incontrano per caso e si innamorano. Il resto è tutta una fuga dal mondo per rimanere insieme.

E’ una storia risolta d’amore e di rigetto da un mondo di adulti problematici che se fossero in un film francese berrebbero tutto il tempo del vino rosso piangendo disperati. O così credo. Un film di Anderson è come un album ricordo, anzi, un album di favole vintage! Ogni oggetto ha lo stesso valore affettivo della scatola dei tesori collezionati da un bambino, e lo riconosciamo dalla cura per i dettagli della messa in scena. Se la cava benissimo con l’infanzia, con la pre-adolescenza, con l’adolescenza. Perché i suoi personaggi reagiscono come se avessero diverse età, come se stessero crescendo e allo stesso tempo gli adulti fossero inadeguati e imbranait; sono tutti pre-adolescenti nerd con adorabili manie. Solo che gli adulti si riconoscono perché sono “corrotti” da desideri e atteggiamenti da adulti, mentre i teen sognano cose belle. Anderson aveva già dimostrato di dare il meglio di sé nella descrizione dell’infanzia (e oltre) e del rapporto genitori-figli con I Tenenbaum (2001) e soprattutto con Fantastic Mr. Fox (2009).

Naturalmente trovate anche in Moonrise Kingdom le routine del regista. Tutti i personaggi hanno una divisa, come in un cartone animato: Sam quella di scout con un cappello di pelliccia, Suzy un vestitino rosa e il binocolo. E poi ci sono gli attori, che sono tutti amatissimi e cool: Edward Norton, Bill Murray, Kara Hayward, Tilda Swinton, Jason Schwartzman, Harvey Keitel, tra gli altri; sembra si siano travestiti per giocare coi più piccoli e infatti Anderson ammette: «I was trying to make an entertaining movie and some people were interpreting it as having some other goal, like posing or something». Tutto è cult, anche e soprattutto la musica a cura di Alexandre Desplat che usa sia Benjamin Britten che Hank Williams.

E poi c’è l’umorismo di Anderson che è L’Umorismo-Anderson, è come L’Umorismo di Kafka: sono inside jokes che si apprezzano quando entri nel suo mondo. Sì, lo so che è naif quest’espressione, e di norma mi vergognerei. Diciamo che fa tutto parte dello stile di Anderson, come gli attori feticcio e la musica sixties, e le divise. Uno stile che mi piace.

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