Benigni, Pannella e il Paese reale

Non so se la nostra costituzione sia la più bella del mondo, di sicuro è la meno letta e la più vista in televisione. Tutto merito dell’uomo simbolo identitario dell’italiano che piace: Roberto Benigni, e del suo corpo, e della sua voce, e dell’enfasi retorica con cui ci fa sentire tutti più buoni e più civili. Con un materiale ammazza-audience fatto di leggi, codici e prescrizioni ha sorprendentemente attratto 12.619.000 telespettatori, pari al 43.93% di share. Bravo. Contemporaneamente, su quell’altra rete, andava in onda il sedicente Paese reale, quello con la gente collegata in studio dal reparto ortofrutticolo di un supermercato di Monza. Se là si vola alto con principi e ideali, qui si arranca a stento. Per esempio, in tema lavoro, una ragazza di 21 anni, sulla via dell’obesità, per essere gentili, osa un’ inverosimile lamento: «non ho lavoro, e non ho soldi per mangiare». In studio qualche colpo di tosse; le si toglie il microfono. Il peggio arriva con un servizio ultra populista tutto all’inseguimento delle sciùre sul portone della Scala, per la prima del del Lohengrin di Richard Wagne per chieder loro gli scontrini dei pellicciotti indossati: «tutto questo è molto volgare», sentenzia un’ aristocratica bionda. Lo hanno visto 2.000.000 spettatori con il 7.6% di share.

Posto che nella concezione comune il Paese reale è sempre e solo rappresentato da meridionali incazzati e urlanti, o da curiosi casi umani a metà strada tra i freak di Diane Arbus e quelli di David Lynch, l’impressione è che i ben più numerosi spettatori di Benigni non ne prendano parte. Li consideriamo nicchia non rappresentativa. Un paese reale meno meno. Eppure giurerei che assolversi in periodo pre-natalizio con uno spettacolo comico-pedagogico su quanto civile, meraviglioso, strabiliante sia l’Italia è tipicamente da italiani medi. La “pancia” del paese si è trasformata in testa, ed è bastato un cambio d’abito e una prima serata rispettabile per compiere il miracolo, ché l’italiano medio è capace anche di star seduto composto e annoiarsi in rispettoso silenzio oltre a gridar le sue ragioni nella piazza televisiva. Sorprendetevi pure.

Nel frattempo, lontano dagli occhi ma non dal cuore, il leader del Partito Radicale Marco Pannella giaceva in barella, disidratato per sua volontà, per l’ennesimo sciopero della fame e della sete. Il corpo di Pannella non è solo lo strumento di lotta ma il termometro dello stato della nostra democrazia: ora sta male. Intervistato al tg5 aveva detto: «come vi è venuto in mente l’hashtag #iostoconmarco, ma io sto coi carcerati! I carcerati stanno con voi, fate il miracolo voi di capirlo»; perché puntare tutto sul proprio corpo rischia di far perdere di vista la luna, la battaglia per una giustizia che non ci faccia vergognare. E bisogna ribadire il concetto come si può. Ci ha provato anche Benigni, a dare una mano per la legalità, durante il suo monologo enfatico e agiografico sulla costituzione, giunto alla parte sulla giustizia ha abbassato la voce e ha timidamente ammesso che c’è «un problema di sovraffollamento per cui occorre un atto di pietà». Poi ha rincuorato subito il bravo italiano medio, e ha proseguito dicendo che siamo più civili degli Stati Uniti perché abbiamo eliminato la pena di morte. E’ vero. Ma ha dimenticato di dire che da noi il boia non è una figura professionale, bensì lo Stato quando non rispetta le proprie leggi e costringe i carcerati in stanze senza riscaldamento d’inverno e senza aria condizionata d’estate, in cui nessuno li ucciderà perché saranno loro a suicidarsi, vinti dalla tortura silenziosa quotidiana a cui sono sottoposti.

Il problema, se è un problema, è che Pannella non è né populista né conformista, e le sue battaglie non fanno share né su Rai Uno né su Rete 4. E’ un leader di un partito inattuale, nobile, colto, importante, ma che deve riuscire a parlare all’italiano medio se vuole sopravvivere.

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