Poveri si appare, nuovi immaginari Hipster nascono e muoiono con Tumblr

I nuovi immaginari hipster

Chatto con M. e viene fuori che è stato a una festa a tema «slavi in tuta», a Bassano del Grappa, Vicenza. Dalle foto non vedo altro che omosessuali travestiti da rumeni, con le tute e le felpe coi loghi degli anni ’90: Sergio Tacchini, Adidas, Fila, cappellini e qualche maglioncino fuori moda. Roba da mercatino. Deluso dalle foto, io che mi aspettavo i Lost Boys di Slava Mogutin e mi ritrovo la collezione H&M Albania , chiedo spiegazioni. Pare che dei tizi, gay, organizzino feste a tema, «troie nude, la volta scorsa», mi scrive. Dell’hipsterismo ho già detto, e l’ho identificato come un fenomeno giovanile (non solo per giovani), dovuto al recupero formale e nostalgico, in continua ridefinizione, di sottogeneri di stile (oggetti, tagli di capelli, vestiti) che hanno alcuni tratti comuni e replicabili, per poter essere riconosciuti e letti e reinterpretati continuamente. Nel caso del party a Bassano c’è la componente erotica dell’immigrato: feticizzare il povero. Parte di quest’immaginario deriva da registi di videclip musicali: Il greco Romain Gavras nel video “I believe” dei Simian Mobile Disco fa posare dei rumeni tra le baracche; la bulgara Dena in Cash, Diamond Rings, Swimming Pools, ha scelto le comparse del mercato turco Maybach Ufer di Kreuzberg, Berlino. Questi sono alcuni casi per quanto riguarda lo stile-Hipster-Povero dell’Est. Poi c’è la parte Immigrato At Large, dalla britannica-cingalese M.I.A. nel video low-fi “Boyz” o nel più tamarro “Bad Girls“,o dello svedese Johan Renck che ha diretto “Pass This On”, dei The Knife, dove si respira un’atmosfera anni ’90 costruita a bomber, tute, nike air classic, karaoke e fiori finti. Un’atmosfera squallida, uncomfortable. In comune questi video, a livello estetico, hanno la ricorrenza di inquadrature fisse e  dello slow motion, per mettere in risalto i costumi, i corpi (sempre magri), i vestiti, e i dettagli vecchi ma non antichi. Non sorprende che si arrivi fino all’estremizzazione di questa ricerca spasmodica del dettaglio kitsch e colorato nel video “Genesis“, della canadese Grimes, dove i protagonisti, tra cui la stripper-rapper Brooke Candy, sembrano sfilare come ad un raduno cosplay per il solo gusto di farsi ammirare il costume.

Il denominatore comune degli hipster è il remix, il recupero di vecchi brand. Può capitare alle inglesi Creepers (scarpe “ibride” del 1945: sopra, ispirate alle scamosciate, sotto, zeppa in plastica); ai leggins anni ’70 e ’80 ridisegnati da American Appareal. Oppure, nella versione sofisticata dei negozi vintage con oggetti appartenuti a padri e nonni: occhiali a doppio ponte , scarpe anni ’50, maglioni in lana, tutti pezzi unici — altro che H&M, Zara e fashion retailer da urlo. Ma in questi video, e in quest’estetica, ci si concentra nel riproporre lo stile degli immigrati: albanesi, rumeni, indiani, marocchini, per questioni estetiche. Forse erotiche, se l’appropriazione è gay nessuna scelta è innocente all’erotismo.

Come spiegare il fenomeno di quest'”estetica della povertà”? Con un generico hipster? Possiamo rintracciare in realtà una sottocategoria, un tipo di hipster da tumblr. Queste feste-raduno sono organizzate grazie a internet (tra gli organizzatori i due blogger: http://independencegay.tumblr.com/ e http://baakum.tumblr.com/).

M. sostiene sia indefinibile perché ognuno cambia continuamente codici, e a volte li mischia: «esiste un filone dark, un filone cyber, un filone più strettamente punk, il mondo è complesso. Esiste addirittura il filone “attratti dall’oro“, vai al London Loves del Plastic, Milano», ma per me non è così complesso. Tutti questi filoni sono legati a immaginari kitsch e che fanno riferimento agli anni in cui questi hipster ventenni erano adolescenti, ovvero oggetti di esibito e comprovato cattivissimo gusto. E’ in atto una trasvalutazione dei valori estetici: ciò che prima era da sfigati o da albanesi oggi è fico. Prendi le zeppe, le scarpe Buffalo che hanno segnato gli anni ’90, erano le calzature dei raver, poi massmedializzate dalle Spice Girls, e poi, nel periodo successivo, rifiutate come orrende scarpe tamarre da fattoni, da teenager. Perché quando cresci capisci, rinsavisci, inorridisci riguardando certe foto di soli pochi anni prima, in piena crisi ormonale, da discoteca alla domenica pomeriggio. Oppure diventi hipster filone cyber o goth e ritornano utili per costruire “ironicamente” il tuo costume. Questo è solo un esempio, potrei farne molti altri.

Internet rende possibile, attraverso l’aggregazione di foto, la costruzione di un immaginario non tanto allo scopo di distinguersi (io sono alternativo alla massa), ma allo scopo di condividere certe pulsioni estetiche. Direi che è molto simile alla logica dei cosplay, cioè delle persone che si travestono dai propri personaggi preferiti di Manga giapponesi. Magari l’effetto che si vuole raggiungere è questo ma non riesce benissimo—ma di come scambiamo l’essere fichi con l’indossare gli abiti di gente oggettivamente bella che *incidentalmente* indossa abiti di merda ne parliamo un’altra volta. E la chiameremo Sindrome da Manichino.

A un certo punto M. mi mostra i seapunk, gente attratta dall’immaginario del mare, mischiato a quello punk. Roba canadese, e io riconosco uno dei due amministratori della pagina, si chiama Francois, è il fratello di un’amica di Montreal. Lui e il suo ragazzo vendono su Facebook vestiti seapunks, perché è una piccola industria artigianale del cattivo gusto piegato alle logiche sociali e sottoculturali, e fa guadagnare piuttosto bene. Roba che ricorda tanto quegli emarginati berlinesi che riproponevano vestiti fatti con gli scarti ecologici per una moda underground da zona est. Povera, appunto.

Insomma, le mode ieri erano una questione sottoculturale creata da pochi club e legata a uno stile di vita e ai consumi musicali (hardcore, heavymetal, techno, etc.) basata sull’investimento del tempo libero degli adolescenti.  Oggi nasce un nuovo sottogenere hipster ogni volta che qualcuno apre un blog Tumblr; e si cambia stile con più facilità, velocemente, grazie alla condivisione di foto e alla continua evoluzione del proprio volubile immaginario di riferimento. Che fatica essere hipster!

2 thoughts on “Poveri si appare, nuovi immaginari Hipster nascono e muoiono con Tumblr

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