Beyoncé è femminista?

Al centro del Raymond James Stadium si infiamma una sagoma femminile alta circa dieci metri, circondata da 70.000 persone equipaggiate di macchine fotografiche, smartphone e videocamere, ansiose di non perdere quel che è stato definito da Forbes.com il miglior Halftime (intervallo) del Super Bowl dai tempi di Prince e Michael Jackson. I termini di paragone danno il senso.

Ai piedi della silhouette incandescente, appare lei, formosa, o, come usa dire ora, curvy. Si porta il microfono alle labbra, pronta a presentarsi con una cavatina soul-rococò: “Baby it’s you/You’re the one I love/You’re the one I need/You’re the only one I see”. Pausa. Il pubblico impazzisce,  accecato da tanta prorompente grandiosità esplode in urla liberatorie: Aaaaaaaaaaaaaaa!!! Woaaaaaaaaaaaaaaaaa UHHHHHHHHHHHH, i flash  scintillano  intermittenti in un’orgia psichedelica. Il pubblico freme, ribolle, scalpita: Aaaaaaaaaaaaaaa!!! UHHHHHHHHHH Woaaaaaaaaaaaaaaaaa. Se potesse articolare una richiesta più comprensibile quella folla agitata e urlante pregherebbe una sola cosa: poter ammirare Lei.  «When I need you make everything stop. Finally you put my love on top». Le luci si accendono, ahhhhhh, lei è lì, fasciata in un corpetto nero in pelle. Pronta a muoversi. Pronta a cantare. Ma sopratutto pronta a farsi ammirare.

Sono circa quindici minuti di ballo, note altissime, gorgheggi, spettacolo pirotecnico e coreografie di luci & ballerini. Eppure lì, ora, on stage, c’è solo Beyoncé Carter-Knowles a contorcersi, agitarsi, e a lanciar brandelli di vestito al pubblico— chi se ne frega se vincono i San Francisco 49ers o i Baltimore Ravens: Beyoncé è ipnotica.

La vita della star è durissima, si sa. La parte meno interessante di una diva di successo è la diva di successo che si tormenta per apparire umana  e si impegna ad annunciarci quanto normale sia la sua vita: «la gente vede le celebrità e nota il denaro e la fama, ma io sono un essere umano. Piango, mi spavento, mi innervosisco proprio come chiunque altro», dice nel documentario prodotto da Hbo Life is but a dream, “da lei diretto(muhahhaha, la fissa del brand serve a fidelizzare i fan che noteranno sicuramente l’autenticità e l’intimità del progetto, noi no). Magari suda anche? Noi guardiamo Beyoncé (il 18 Maggio al Palasport di Milano) reggere uno spettacolo da 600 mila dollari dove canta, balla, si dimena, e regge 180 milioni di sguardi su di sé, ma lei si premura di assicurarci che ha problemi normali—non è vero, i suoi problemi riguardano la coordinazione di respiro, tonalità, tempo, coreografia sfiancante. Il tutto rimanendo perfetta e invidiabile.

Il documentario alterna video-diario candid dal laptop di Beyoncé a  VHS adolescenziali con le cugine in esibizioni-karaoke; ma anche allenamenti backstage ad esibizioni live. Il tentativo è quello di umanizzarsi e ripetere quanto il padre sia stato duro ma presente e la madre un modello femminile imitabile, e di quanto tra le priorità ci siano il marito Jay Z. Carter-Knowles e la figlia Blue Ivy Carter. Anche nei momenti spontanei. quelli in cui c’è lei, sempre lei, che rivela quanto grata sia alla vita prima di spegnere la luce e addormentarsi, il fondotinta non la abbandona. Due cose mi colpiscono: non c’è traccia di femminismo e allontana il suo pubblico femminile dalla possibilità d’identificazione.

Per tutto il documentario agiografico Beyoncé si dispera, è stressata, deve reggere ritmi disumani nel promuoversi e rispettare contratti milionari. Essere un’imprenditrice di se stessa richiede talento per il sacrificio, allenamento fisico ai limiti dell’agonismo, training vocale continuo e incessanti impegni nello star system. Non c’è modo che una donna, foss’anche afroamericana e trentenne, si possa immedesimare vagamente in Beyoncé, a meno che non abbia molto stima di sé. In contrasto con l’evidenza, Beyoncé non smette di lanciare messaggi dal tono femminista che risultano, com’è chiaro, controversi.

Accade ad esempio che appaia seminuda sulla copertina di Gennaio di GQ, mensile maschile—gli scatti sono di Terry Richardson, detestato dalle femministe. Lì dichiara: «credo che le donne debbano sempre cercare la propria indipendenza economica: i soldi danno agli uomini il potere e il potere fa sì che siano loro a stabilire cosa sia sexy e cosa no». Giusto, brava. A questo punto le donne si dividono in almeno due categorie. Da una parte quelle che: «farti fotografare in mutande non aiuta il femminismo», come scrive Hadley Freeman sul Guardian, piuttosto critica nei confronti della possibilità della cantante di essere credibile seminuda. Dall’altra parte la risposta della community Feministing: «il femminismo è totalmente fico con Beyoncé in mutande». Nel Mezzo, più interlocutoria, Aisha Mirza, che sull’Independent scrive: «Lasciate in pace Beyoncé. La contraddizione è progresso».

Freeman (mai cognome fu più inappropriato per una femminista) considera GQ l’anticamera del porno e si sente umiliata nel vedere donne di successo che potrebbero evitare di posare nude per aumentare il loro conto in banca: «non importa quanto brillante o di successo tu sia, il messaggio è quanto sessualmente disponibile appari». Al contrario della Freeman le femministe della community Feministing considerano Beyoncé auto consapevole della propria immagine e del proprio ruolo nell’industria  e ne ammirano il modo in cui riesce a gestirsi e ridefinire cos’è sexy. (Leggi: il culo grosso entra nei magazine come modello di donna anti-filiforme e rassicura quelle che non si identificano in Adele, cioè tutte le donne con le curve ma non obese).

Mirza pone il problema dell’identificazione in modelli precostituiti dal sistema dominante, e la naturale contraddittorietà nel trovare una propria identità:

Chi sono queste femministe bianche della classe media per condannare le parole di Beyoncé sul divario tra retribuzioni (più ampio per le donne appartenenti a minoranze etniche potrei aggiungere), per dirle che non è abbastanza femminista? Si contraddice, perché lei è una donna, in un percorso di crescita, che vive in un sistema progettato per rendere le donne incapaci di mettersi in discussione, ché devono essere o Madonna o puttana, o Angela Davis o Rihanna. Vi è una terra di mezzo pieno di incertezza e mi congratulo con Beyoncé per farne parte.

Nel frattempo i dubbi sul femminismo di Beyoncé arrivavano anche sul fronte maschile. Il critico musicale del Telegraph Neil McCormick si chiede come una delle canzoni d’amore delle Destiny’s Child, Cater 2U,  faccia «rabbrividire pensando ai modi in cui serviranno il loro uomo». Gli risponde Emma Gannon, sempre sul Telegraph, sostenendo che Beyoncé è la sua femminista preferita proprio perché può permettersi di vivere senza esserlo al 100%, senza il bisogno di ripetere un cliché ma potendosi concedere un felice matrimonio con l’uomo che ama. E che se non gli piace Cater2 U può sempre ascoltarsi Survivor: You thought that I’d be weak without you, But I’m stronger / You thought that I’d be broke without you But I’m richer / You thought that I’d be sad without you / I laugh harder.

Insomma, Beyoncé è un simbolo di empowerment o di oggettivazione della donna? O come scrive l’accademica Anne Helen Petersen: «il suo potere è evidente ma altamente negoziato, effettivamente innocuo, senza denti: sto forse descrivendo il manifesto del femminismo contemporaneo?». Beyoncé è ambivalente. Riesce a cantare Girls run the world (con critica) e contemporaneamente incitare al matrimonio e alla relazione monogama in Put a ring on it single ladies.

La risposta alla domanda iniziale sta in quest’immagine. Quel che apparentemente sembra il simbolo del girl power, mimare la fica con le mani, è in realtà il Roc Sign, cioè il simbolo “inventato” dal marito per mimare un diamante. A Beyoncé non importa comportarsi da femminista, lei è anzitutto una imprenditrice. E’ una performer, un’icona di stile, una moglie glamour, una regista, una mamma. E mentre mi arrovello su una soluzione, scopro che la rivista Forbes non fa alcuna distinzione tra capi di stato, imprenditrici, CEO, cantanti nel definire le 100 donne più potenti del mondo. Ah, indovinate chi è al 32° posto. E allora penso che che Beyoncé abbia l’autorità per ridefinire anche il femminismo, se solo lo volesse.

beyonce_Roc sign

 

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