Un giorno devi andare alla fine del mondo (rimani pure in zona)

Scrivere recensioni preventive sta diventando impegnativo. Quando ho letto il titolo di un articolo promozionale a Un giorno devi andare, ultima regia di Giorgio Diritti, ho sputato sul monitor la Coca Cola capitalista e mi è venuto l’impulso di radere al suolo la foresta amazzonica e coprire le baraccopoli brasiliane con una colata di cemento. Ma non l’ho fatto, e quindi in qualche modo dovrò pur sfogare il mio disappunto. Il titolo è questo: Favelas e natura, Jasmine in Amazzonia: “Viaggio magico per scoprire me stessa”, (pulisci lo schermo e continua a leggere), contiene già la dichiarazione programmatica del film, che non ho visto. Qui si valuta il lavoro nel modo in cui se ne parla per raggiungere il  pubblico. Lasciamo la parola a loro: agli autori. Nessuna interpretazione; solo verità.

Nostalgie de la boue time

Tom Wolfe, che sa scrivere, usa una locuzione francese “nostalgie de la boue”, cioè nostalgia del fango, per criticare quell’atteggiamento di idealizzazione positiva nel descrivere il primitivo, a cui, immancabilmente, viene attribuita una superiorità spirituale perché non corrotto dalla civiltà. In Avventure di Gordon Pym, che non a caso era un horror, Edgar Allan Poe già lo diceva che quel buon selvaggio tanto mite poi non era, era violentissimo e trucidava tutto l’equipaggio perché bianco in una terra di neri. Lo hanno ripetuto in tanti, ma poi è arrivato Pier Paolo Pasolini, con l’erezione per i poveri dissimulata in scritti ecumenico-politici (tanto da creare ambiguità tra gli intellò) a ritirar fuori il mito del buon selvaggio proprio là dove marxismo e capitalismo si incontravano: tu vendi la prole e io te la compro. E quindi ora non ci stupiamo se Giorgio Diritti ci fa una bella lezione sul senso della vita.

Lasciatemi dire due parole sul tipo di pubblico a cui parla Diritti. Io che non so scrivere non so trovare una parola o un’etichetta per descriverlo. Ma è quel popolo che ha creduto in Sai Baba, lo stesso che pubblica foto di tramonti in timeline, e che ama la letteratura sudamericana; lo stesso che ha  “passione” e “emozione” per ogni sciocchezza, e che adora gli animali più degli esseri umani. Sono quelli che si emozionano per gli occhi dei bambini ma poi sono pronti a uccidervi se li contraddite; sono persone che io vorrei vedere sotto un treno.

Dunque, c’è una ragazza, tale Augusta (Jasmine Trinca), che probabilmente in fila da Zara e Intimissimi, con le borse piene di vestiti che finiscono per .99 cent, sente il dolore. Niente più spesa grossa della domenica all’Esselunga: si va tra le zone fluviali amazzoniche del Rio Negro e le palafitte della favela di Manaus, lì sì che troverà se stessa e la felicità «al di là del consumismo e delle catene occidentali, la voglia di risvegliarsi alla vita attraverso il contatto con una natura selvaggia e con una popolazione molto povera e molto semplice, anche se insidiata dal progresso e dalla corruzione». Augusta, una ragazza «bella ma di una bellezza semplice», va in Brasile dove trova «la forza per vivere di nuovo», facendo un percorso «di pancia di cuore, non di testa». il film è riassumibile in un circuito di: Crisi-Rinascita-Isolamento, Comunità, Viaggio della vita, Priorità al ribasso, Dimensione spirituale, Sguardo dei bambini che giocano a calcio. Quel genere di epifanie che alcuni trovano nei reparti new age delle librerie, magari sfogliando un libro di Gabriel García Márquez.

IL TRAILER

Immagini del Rio Negro, «Io sono scappata dal dolore, e ovunque provi a guardare è lì dentro di me». Soggettiva di bambini che giocano nell’acqua e Augusta che li guarda commossa con la faccia di quelli che “guardali, non hanno niente eppure son felici”. Immagini di uccelli che migrano, «credo di non essere qui per convincere a me stessa che so vincere la paura, sono qui per scoprire altri valori». Augusta a terra sotto l’acqua in un luogo senza medicine: «ora voglio essere terra, terra con la terra, e perché la terra dia frutti devo dimenticarmi di Dio», chissà com’è andata. C’è Augusta che skypizza con la madre, piangendo, che le è venuta voglia di vederla ora che è lì a fare partitelle di calcio con i poveri del mondo.

Ho solo una domanda, ma considerato che siamo il secondo mondo in via di terzo e che il Brasile è al nuovo primo posto – La rinascita del Brasile tra crescita e modernità, Il Brasile rinvigorisce la crescita economica in vista dei mondiali 2014, Brics, nuova banca mondiale per i paesi emergenti, il decennio ruggente dell’economia brasiliana-, ecco, Diritti non poteva ambientare il film a Forlì (Forlì, un’economia in profondo rosso) o in Liguria (Finale Ligure, cartoline da una regione ben avviata verso l’annientamento demografico ed economico, perfetta avanguardia dell’Occidente, Roberto Volpi, Il Foglio, Mercoledì 14 settembre 2011), o a Palermo, Alessandria, Novara (Le dieci città Italiane a rischio default)?

2 thoughts on “Un giorno devi andare alla fine del mondo (rimani pure in zona)

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