Top of the lake e il femminismo dai capelli grigi

Tingersi o non tingersi, questo è problema per le femministe americane. Da Susan Sontag alla modella 46enne kristen McMenamy, che sostiene di poter invecchiare rimanendo Rock&Roll e bella grazie ai suoi capelli grigi, è un mondo di Tinte contro Grigie.

Sono colpevole. Non ho potuto fare a meno di leggere un’intervista a Jane Campion per Vulture prima di vedere Top of the lake, miniserie lodata dalla critica, in onda sul Sundance Channel  (che è come dire HBO²), dove scopro che la Campion è andata a Jaipur «per leggere un po’»; per elaborare il lutto dell’insegnante di yoga; per fare meditazione sui tetti insieme alle scimmie. Scopro che è una fricchettona.

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Perciò quando premo play e dopo poche scene appare GJ (Holly Hunter), la leader spirituale di un gruppo di donne in menopausa, la mia visione è compromessa. Mi viene in mente la foto della Campion e dei suoi capelli lunghi e senza tintura nella suddetta intervista. Quei capelli mi ossessionano. In mancanza di un Yahoo Answer dedicato all’argomento: «perché le intellettuali americane femministe non si tingono i capelli, e non vanno dal parrucchiere», dovrò affidarmi a un articolo del Time di qualche anno fa: «The War going over grey», di Anne Kreamer, in cui leggo che secondo un sondaggio del 2005  svolto da Procter & Gamble, il 65% delle mommy wars, le donne lavoratrici, si è tinta i capelli in quantità simili alle casalinghe degli anni ’50. Scopro che il mito edonistico delle baby boomers ha contagiato anche coloro che bruciavano i reggiseni. Scopro che molte donne si sentono in colpa per tingersi i capelli ma sostengono che serva alla loro carriera: solo nel mondo dello spettacolo le donne sono grigie, solamente 7 di 70 membri della camera dei rappresentanti del congresso ha i capelli grigi. Se gli uomini sono sexy le donne sono semplicemente vecchie befane senza stile, parafrasando.

senatrici statunitensi, tutte tinte.

senatrici statunitensi, quasi tutte tinte.

Tove Hermanson, giornalista di moda, nel 2010 scrive sull’Huffington «avere i capelli grigi è una moda momentanea o una dichiarazione di status?». In virtù del fatto che rimanere giovani per sempre è l’unico modo per negare la vecchiaia e scongiurare la morte, molte donne che decidono per il grigio naturale dichiarano guerra all’inautenticità di un biondo fuori tempo massimo. E si oppongono a chi non accetta di invecchiare. L’articolo si conclude con alcuni modelli di riferimento aspirazionali: da Susan Sontag a Annie Leibovitz, all’attivista femminista Gloria Steinem. Manca Jane Campion, ma ce la aggiungiamo noi.

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Mary Beard

Recentemente è scoppiato un piccolo grigio gate. La classicista Mary Beard è apparsa in TV e su internet hanno iniziato a commentare la sua scarsa avvenenza. In particolare le dicevano di lavarsi i capelli e le offrivano voucher per un parrucchiere. Qualcuno ha persino messo degli occhiali a una vagina sostenendo una somiglianza. Mary Beard ha i capelli grigi. Il critico televisivo del Sunday, A.A. Gill ha perfidamente scritto: «dovrebbe stare lontana dalle telecamere». Lei ha risposto che le piace pensare lui sia intimidito dalle donne che non hanno paura del loro aspetto, e così via. Certo, come no. La giornalista del Guardian  si è chiesta: «perché le donne con capelli lunghi e grigi sono bersaglio di odio e critiche?». Mi sento di suggerire una risposta: perché quei capelli ricordano un’avversione non solo alla piastra e alla giovinezza, ma a un modello estetico condiviso di bellezza della società del XXI secolo. C’è una bella differenza tra l’eleganza di Judy Dench e una che sembra Maga Magò. Ma non sono una giornalista femminista, quindi il problema è «di come la società raffigura l’anziana associandola alla vecchia strega che smette di considerarsi sessualmente attraente».

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Sono colpevole. Perché se non avessi letto l’intervista avrei potuto pure pensare che portare una comunità di donne illuse dalla vita a vivere in container in Australia per far loro trovare risposte grazie alla terapia di un anti-guru che non dà consigli oltre a: “siamo qui per pensare, non facciamo nulla”, ecco, avrei potuto pensare persino che ci fosse dell’ironia. Che la scena in cui la ricca Bunny entra in un bar, poggia cento dollari sul bancone per una scopata «di sette minuti non di più» con un uomo qualsiasi, altrimenti poi si innamora, beh, avrei detto: «ecco un’attenta critica della menopausa e dei suoi derivati». Avrei potuto godermi la parte twinpeaksesca di un misterioso stupro a una bambina di dodici anni, Tui, che poi scompare, lasciando la detective alle prese con autoctoni che sono tutti potenziali colpevoli.

Ma l’ho letta, l’intervista. E so che sono potenziali colpevoli perché tutti uomini bifolchi e misogini che sostituiscono la fica di una donna con la fica di una pecora; ci si arrangia da quelle parti. Quando vedo capelli grigi e brutti corpi sformati penso al progetto ideologico femminista di accettarsi per come si è, come fa Lena Dunham in Girls. Penso inevitabilmente a Larry Lipton in Misterioso omicidio a Manhattan quando dice: «Ma che ti è preso ultimamente!? Per la miseria, conservati un po’ di pazzia per la menopausa!». Ci siamo.

L’ultima parola sul rapporto femminile con la propria vecchiaia forse la dà uno scambio di battute su due riviste americane.

Su Harper’s Bazaar Gwyneth Paltrow, 39, in un impeto di senonoraquandismo ha dichiarato di non voler più usare il botulino per non sembrare spaventosa come Joan Rivers. Dice che prende il sole per la vitamina D, e basta. Dice che vuole accettare le imperfezioni; e lo dice in calce a foto photoshoppate in cui ha la pelle di una seienne. La Rivers, 80, le risponde divertita su People «dovrebbe vedere come sono senza, allora sì che si spaventerebbe».

* non sono pagato per tutto questo, quindi mi scuserete se non sono stato sufficientemente esaustivo o professionale come i vostri critici di riferimento.

 

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