The Boss. La debolezza che minaccia il potere

La serie ha una genesi un po’ sfigata: co-produzione statunitense-canadese di uno sconosciuto iraniano in onda su un oscuro canale pay di nome “Starz”, che non è esattamente un cult channel come HBO o FX o Showtime. Ciò nonostante, il curriculum del regista Farhad Safinia è sorprendente e il suo talento non è limitato alla sfera creativa. Safinia inizia come assistente in La passione di Cristo e si fa notare da Mel Gibson, il quale lo sceglie per la sceneggiatura del suo successivo film, Apocalypto. Invidiosi voi cottimisti con ridicola laurea DAMS? Dovreste! Per il pilota di The Boss, primo ingresso nella serialità televisiva, ha scomodato Gus Van Sant. Quella del regista affermato che “approva” il pilota è ormai una convenzione di marketing (Brian Singer per Dr. House, Scorsese per Boardwalk Empire) e ha almeno due funzioni: fare da marca di lettura al pari del genere e informarci sul tipo di prodotto che si avvale del prestigio di un regista conosciuto e amato. Se fossimo negli anni ‘90, scomoderemmo etichette come “quality tv” e televisione autoriale: oggi più semplicemente prendiamo atto dell’endorsement di Van Sant, proprio come quando Ophra Winfrey ha appoggiato Barack Obama alle scorse presidenziali. Avere un regista apprezzato da una generazione cresciuta a film indipendenti (li trovate su Mubi, su Mediacritica e in altri posti fighetti) ci dice più sul tipo di target cui è indirizzato piuttosto che essere una garanzia di merito. Gli americani, molto più disincantati di noi europei in questo caso, recepiscono lo stile di Van Sant come “stylish-european-auteur”; come fosse il filtro da applicare a una foto, un sottogenere del mainstream.

La seconda sorpresa positiva è nella scelta di cast. È Kelsey Grammer a interpretare Tom Kane, il sindaco conservatore di Chicago. La biografia dell’attore, anche in questo caso, non è trascurabile. Alla voce “famiglia” su Wikipedia scopro il genere di donne che sposa: make up stylist, ballerine, conigliette di playboy. Il matrimonio con la spogliarellista suicida poteva risolversi con l’ennesimo divorzio, ma c’è stato il funerale. A rendere Kelsey ancora più simpatico c’è un arresto per abuso di droga e la sua candidatura nel Partito Repubblicano (ha appoggiato McCain). Lo spettatore americano con una conoscenza di tutti questi elementi godrà probabilmente in modo diverso da chi vede il volto di Kelsey per la prima volta. Questo perché Tom Kane è un uomo malato, fedifrago, conservatore e con problemi con la giustizia oltre che con farmaci potentissimi. Déjà vu, dicono i francesi.

Scena prima. Garage. La voce di una donna elenca l’iter degenerativo della malattia neuronale: vomito, allucinazioni, afasia, tutti sintomi che annunciano la morte. L’uomo è Tom Kane, il corpo d’acciaio del Potere di colui che sembra un istituzionale Tony Soprano. Tom non sa portare gli abiti del paziente e, in completa solitudine amorale, lotta per celare la debolezza agli occhi degli elettori, degli avversari, dei colleghi e dei famigliari. Sceglierà di abusare di un’orgia di medicinali per tamponare l’inarrestabile aggressione alle sue cellule cerebrali. Essere malati significa perdere l’Autorità e il controllo non solo su di sé ma anche sugli altri. Sostanzialmente il runningplot risponde alla domanda: “riuscirà Tom a mantenere il potere e celare la propria debolezza fisica?”. Ogni episodio è scandito da conflitti e problemi che destabilizzano la vittoria alle primarie (scavi e appalti abusivi, inquinamento falde acquifere, tradimenti e doppiogiochisti ecc.): tutto viene risolto con cinismo e amaro affarismo, falsificando sempre a proprio vantaggio l’immagine che si proietta attraverso i media. Salvare l’apparenza è specialità delle donne, o così almeno si dice, e di sicuro è il principale talento di Meredith Kane, la quale con il marito sindaco non ha più empatia né rapporti umani. Quando scopre che Tom ha incontrato una neuropsichiatra, quest’ultimo nasconde la malattia preferendo passare per fedifrago: “pensavo non fossi interessata da tempo a chi mi scopo”. L’unico in grado di far luce sul losco oscuramento della verità è il sospettoso e idealista giornalista del Sentinel. Egli è il solo a poter giungere alla verità perché è l’unico che persegue l’indagine passando per le strade attorno al potere, senza mai compromettere la propria integrità.

La malattia, seppur negata, è incurabile oltre che incombente, e impone a Tom la riconfigurazione dell’assetto di potere. È giunto il momento di passare il testimone a un giovane ambizioso: Ben Zajac, futuro Boss. Il poco tempo rimasto dovrà bastare per espiare la colpa per essere un pessimo padre e riavvicinarsi alla figlia, Emma. Ci riuscirà? Forza politica violenta controbilanciata da debolezza umana. Questa serie è interessante, perché fa quello che tentano George Clooney e Steven Soderbergh, però riuscendoci.

 

 

Questo è un vecchio articolo che ho pubblicato online, e vi ripropongo qui perché ho intenzione di pubblicarne altri, presto, su serie televisive political-drama.

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