Lasciarsi ai tempi di Facebook, ovvero nulla che voi non sappiate già

Ho appena visto un video amatoriale in cui viene inquadrato _____ e una molle femminea voce fuori campo dire: «siamo qui a comprare le bici gemelle, c’è anche il solito moroso». Il. solito. moroso. (Qualcuno si è scordato di avvisarmi).  E che cosa cazzo sono le «bici gemelle»? Hai quindici anni?

Ahhh la rimozione, quanti danni fa. Pensavo di essere in una relazione a distanza, dopo quattro anni, e niente, mi ritrovo col profilo di un Ken più basso e tendente all’ingrasso che prende il mio posto. Non so se devo sentirmi più offeso dal fatto di non essere stato informato di essere di troppo o dell’essere stato sostituito così malamente. O dall’aver usato troppo la parola “essere” in una frase. Oppure per l’immagine indelebile di loro due in giro per Bologna su due bici uguali, a scampanellare coi cestini pieni di fiori e  con la scritta FROCI su quelle loro fronti sudate, piene di glitter, residui di notti pazze passate in club dove io non metterei piede.

«E’ solo una fottuta shampista!», dice all’amico Woody Allen in quel ritratto matrimoniale che è Mariti e Mogli. Io qui, è chiaro, sono Judy Davis per sceneggiatura e Lui è certamente Mia Farrow, quella che piange e si dispera ma poi ottiene sempre quello che vuole facendo del male a tutti. 

Fortuna esiste Facebook, se non altro per capire che quello che ti sei ritrovato in casa solo tre mesi fa, implorante di ricostruire una storia con te dopo che tu lo avevi mollato, ha continuato a vedere un altro e si è fatto una storia parallela. Che era proprio il motivo per cui lo avevo lasciato. Tutto ‘sto giro arabescheggiante per uscire di scena. Anzi si è proprio messo i pattini per percorrere la strada, che era tutta dritta e in discesa ma ha fatto le scale. Ok, la smetto con le metafore: è un coglione. (Lasciatemi sfogare, con un po’ di cattiveria mal calibrata).
Con me si giustificava: «ogni tanto ci scopo». E per me andava bene, io che non ho mai posto limiti alle scopate altrui. Mi chiamava informandomi del tempo e dei suoi guai al lavoro e intanto gli presentava tutti gli amici, e gli regalava tazzine *ibride* (qualsiasi cosa significhi), e lo portava in giro in moto. Facevano gite. Con me un week end, con lui l’ altro. E tu non stavi neppure a chiamarlo, che temevi ti rispondesse l’altro, perché sotto sotto lo sapevi, via. Mica sei tonto, mica compri una bici gemella.
Proprio oggi leggevo una risposta interessante al solito tema dell’online e dell’offline vissuti come mondi separati, era di un teorico dei social. Uno dei tanti. (Nota a margine: sono tutti esperti quelli dei nuovi media, anche se di nuovo ormai hanno ben poco).E gli si faceva notare il solito esperimento di gran moda: togliersi da internet per un po’ illudendosi di rivivere le vere relazioni, le vere persone, la vera comunicazione. Assicurandosi, naturalmente, che ogni singolo istante offline, ogni pensierino, ogni peto verbale e non, ogni caccola caduta sul libro che stava leggendo, fosse rendicontato in un blog, in un post, in uno status a futura memoria. Come quelli che scrivono nei diari i loro segreti: vogliono che siano letti. (Quelli che stanno offline ci vivono senza annunciarlo al mondo via internet prima e dopo).
E lui, Nathan Jurgenson, ha risposto così:
[La sua] è un’illusione, una feticizzazione dell’online e credo che noi portiamo avanti il feticcio della vita reale per affermarci come più veri, autentici e umani. Facciamo finta che le persone più connesse digitalmente siano meno umane per dipingere la la nostra distanza come prova d’integrità. Le ricerche hanno invece dimostrato che le persone più connesse sono anche quelle che comunicano di più faccia a faccia.
Ecco, comunicare faccia a faccia. C’è da dire che qui il problema è proprio un altro: è avere una faccia come il culo.
____ usa i Social Network e non romanticizza la vita offline, però non comunica. Non comunica mai veramente, e io dovevo sempre capire cosa pensasse. Non che fosse un’impresa complicata… Siamo tutti prevedibili. Il problema non è tanto il social network, la privacy, e queste balle qui, no, no. Il problema è lasciare freudianamente che il suo fidanzato parallelo pubblichi tutto: tazzine, stoviglie, campanelli di case nuove in cui vivere nuove vite parallele insieme, senza che l’altro, io, il solito stronzo, ne venga a conoscenza. E’ chiaro che è fatto apposta per ripiegare ai problemi di comunicazione: là dove il coraggio manca arriva la nuova foto profilo o l’aggiornamento di stato a notificarti che la storia è finita. E’ una legge nuova. La legge della timeline.
Twittatemi il vostro disappunto ora, forza! Non lo leggerò.
E naturalmente io sono quel tipo di persona che sa che è meglio non andare a rovistare nella spazzatura, ma ci va, ci infila le braccia, arriva fino ai tampax pregno di mestruo e ai profilattici zuppi di merda, pur di trovare lo scontrino del cinema per due o del conto cinese— che io ho sempre disprezzato. (Quest’immagine poetica verrebbe censurata su Facebook, ma voi non siete schifittosi). Non c’è neanche da sforzarsi, è tutto lì sulla timeline senza restrizioni di accesso. (Ma in questo caso non si tratta di essere tonti ma di essere magnificamente malvagi: anche il biondino ossigenato, o, se volete, Il Male, l’Altro, vuole che voi guardiate e sa che prima o poi la vostra curiosità vi farà lasciare lì la dignità, in scacco).
Scusa se ti annoio. Ti scrivo sempre quando succede così, non so perché, forse perché penso che anche tu ci sei passato dopo dieci anni di convivenza. Questa per me è già la seconda volta, quindi in realtà ci sono *già passato* pure io e infatti è molto diverso. Tanto per cominciare non piango più, ché non voglio passare da un amore impedito alla Aaron Sorkin a un melò-operetta sceneggiato da Shonda Rhimes. Non so bene come mi sento. Forse un po’ triste, perché si è sempre un po’ tristi quando le cose cambiano e non sai come finirai. Mi sento anche libero, perché mi sentivo attaccato a una cosa morta. Sia detto senza livore.
Forse più di tutto mi spiace che sia finita così, perché lui ha fatto proprio la figura del coglione. E quel che è peggio: io pure. Svilirsi così, via. Costringermi a gettarlo nel cestino delle persone evitabili, insieme ai cattivi ricordi. Perché volersi tanto male?!
Non era meglio avercela una faccia, non era meglio, forse, essere più umani?

4 thoughts on “Lasciarsi ai tempi di Facebook, ovvero nulla che voi non sappiate già

  1. Continuo a pensare che sia meglio succhiar cazzi nei cessi piuttosto che far finta di avere relazioni umane e poi essere merde peggiori di quelle che galleggiano nei cessi nei quali si succhiano cazzi.

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