La Grande Bellezza – una recensione cialtrona

Se si potesse decifrare un film dalla colonna sonora direi che La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino è il suo Tree of Life: un po’ di musica sacra (John Tavener, Arvo Part), che negli ultimi dieci anni trovate in qualsiasi installazione audiovisiva da San Giuseppe Vesuviano in su; un po’ di musica elettronica sofisticata (Somersault, Gui Boratto) mista a dance-techno baraccona, eccessiva (Sinclair), di quella sudamericana (El gato dj), o grottesca (Exchpoptrue). L’effetto è un po’ cinepanettone, fra dieci anni diremo: «le canzoni che abbiamo tanto ascoltato in quel periodo».

I primi cinque minuti sono un mal di testa di movimenti di macchina, infatti un giapponese ci rimane. Servono a spiegare agli stranieri che siamo a «Roma, lì dietro, ferma e assolata, monumentale e bellissima. E insensibile». Poi ci sono i migliori dieci minuti del film, la scena che ci spiega perché gli over 50 non dovrebbero andare in discoteca. Ma ci vanno. E se si lascia perdere il tentativo di demonizzare la discoteca come luogo falso di perdizione (ché le cose vere sono l’odore della nonna e lo sguardo dei bambini che ridono e giocano, mica l’alcol e la droga), ci si diverte. Anche perché è l’unico momento in cui le immagini hanno senso e nessuno parla, il che è un sollievo.

L’esercizio per godersi il film è fingersi uno straniero. Uno di quelli per cui i ristoratori mettono le tovaglie a quadretti nelle osterie. Uno di quelli che guarderà le immagini e non baderà troppo a quei sottotitoli da aforismi tranchant azzardati (che bisognerà pur giustificare diegeticamente tutti quegli Adelphi e Einaudi prime edizioni—gli inglesi non hanno letto Edmondo Berselli noteranno solo l’eleganza da sartoria italiana del protagonista e l’atmosfera cafonal ispirata a Dagospia). (Beati loro).

Ci sono cose che non ho capito. Perché Jep Gambardella, in piena crisi dei sessanta sfrocia con la sua domestica? Perché è un dandy?!

E cose che ho capito fin troppo bene. Qualche anno fa ho incontrato Xena, quella attrice di teatro off che lavorava in uno di quei programmi notturni di Chiambretti pieni di freak. Le ho chiesto: «non ti dà fastidio essere usata da Chiambretti? Non pensi vi ridicolizzi?», mi ha risposto di sì, che se ne accorgeva, ma che le faceva comodo parteciparvi. Probabilmente pur di esserci anche Serena Grandi si è fatta dare della «soubrette in piena decadenza psico-fisica». (A proposito, c’è un delizioso scambio di battute su Twitter tra la falsa Moira Orfei e la vera Serena Grandi che gli inglesi e i francesi non vedranno né capiranno mai, ed è un po’ il motivo per cui a loro piace tanto il film e a noi un po’ meno, che se volevamo belle immagini e atmosfere camp ne abbiamo quante ne vogliamo). Ah sì, si chiamava Markette il programma, e veniva prima di Andrea Diprè.

Sì ho pensato a Xena nella scena in cui i ricchi e annoiati in cerca di performance artistiche applaudono l’attrice off che dà le crapate al muro e urla: «io non vi amo». E’ che l’avevo già visto, ed era lì in tv, e in mille altri film, ed è già vecchio. Anche la Donna-Adoro e l’intellettuale che non guarda la tv, le conosciamo già, ma il modo in cui recitano le loro parti è già parodia di una parodia. E’ la differenza tra l’artificiale e l’artificioso. Anziché mostrarci gli autoscatti di una quarantenne in preda a deliri narcisistici, Sorrento ci spiega che quei deliri sono così. Che noia!  Ma mi devo ricordare di essere uno straniero e allora: «geniale, è così che sono gli italiani!».

Siccome poi Sorrentino è un Autore, e quindi unico e irripetibile, con «un’idea di cinema anticonformista», c’è anche il pazzo che è più spontaneo di tutti e vede la realtà senza filtri borghesi (come in Revolutionary Road di Richard Yates, 1961, o come L’Uomo Folle, profeta per Nietzsche); c’è La Terrazza di intellettuali senza le arguzie di Age e Scarpelli ma con tanta roba da vedere; la colonna sonora onnivora che non fa distinzioni tra alto e basso; una scena Pulp con Serena Grandi in Rourke;  i fenicotteri e le giraffe in centro città e altre cose così. Ci sono anche un paio di scene in cui ho fatto la faccia dei bambini che leccano un limone: 1) quella dell’arresto-confessione morettiana 2) quella della chirurgia estetica-macelleria. «Di solito le storie non mi piacciono. Non mi piacciono le trame. Se potessi, le abolirei», e infatti.

Ci sono anche cose molto simpatice e riuscite: il cardinale che recita ricette come fossero sermoni, Sabrina Ferilli che finge di avere 42 anni (ammetto che ha un culo che glielo permette), le scene in discoteca.

Ecco, forse il modo migliore per noi non è fingerci stranieri; impossibile. Ma fingerci in discoteca, goderci le immagini, fingere di non sentire quello che ci vogliono urlare all’orecchio, lasciare che la musica trasformi tutti in soavi corpi sexy, prima, e in marci zombie sfatti, poi. E uscire, un po’ stanchi.

One thought on “La Grande Bellezza – una recensione cialtrona

  1. Davvero brillante, bravo.
    Non approvo molto il contenuto, ma la forma è incontestabile, oltre che azzeccata.
    Come se avessi voluto far calzare la critica al criticato, e viceversa.

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