Io, gay a 15 anni esisto, e sarò il vostro modello.

CARO direttore, questa lettera è, forse, la mia unica alternativa al suicidio. Sì perché mi farò  seppellire vivo la prossima volta che qualcuno userà il vittimismo come una Mia Farrow qualunque per ottenere diritti che, noi giovani omosessuali occidentali, dovremmo già possedere, coerentemente alla società gay-friendly in cui viviamo. Era Walter Siti in Troppi paradisi a identificarsi con un modello occidentale forse perdente e in decadimento ma di sicuro conformista e generalizzato. Lo faceva presentandosi con una brillante cavatina cantata nell’orecchio della minoranza eterosessuale: «Io sono l’Occidente perché appartengo a quel tipo di omosessuali che hanno fornito il modello dell’Immagine come obiettivo del desiderio». Tiè.

Quell’immagine siamo noi. E mentre voi cercavate di imitare il nostro stile di vita, i nostri eccessi sessuali, la nostra disinvoltura nei consumi culturali, senza riuscirci, e mentre seguivate la moda che decidevamo noi,purtroppo riuscendoci, noi volevamo essere voi. Sì esatto. Iniziavamo a coltivare l’idea di avere una casa, il cane e un marito, e abbandonare la dark room e i cespugli e i circuit party delle grandi metropoli e tutto ciò che si difendeva in anni in cui queer voleva dir qualcosa: una sessualità diversa, una famiglia antagonista, e quelle balle lì. Ora non si sa. Abbiamo iniziato a usare le sex dating app come fossero agenzie matrimoniali, abbiamo sostituito «Sesso senza complicazioni» con «Sono solare», per descriverci. Il risultato è complicazioni incandescenti ogni qual volta ci si scorda di appartenere alla società più desessualizzata di sempre e ci si invita per un pompino: «da te o da me?» «non faccio queste cose! Vai via!!!». Insomma, volevamo somigliarvi e ci stiamo riuscendo.

Lo dico piano e con rispetto: è ironico pensare che a rendere la nostra società così sessocentrica sia stata l’introduzione della confessione dei peccati sessuali, nella Controriforma, nel tentativo di controllarci, e dal XVIII secolo l’effetto fu di generare un pettegolezzo continuo, un’invasione totale del Sesso in ogni sfera, come ci ha spiegato Foucault—e lui se ne intendeva. Ora che ci si confessa apertamente su Facebook o Twitter che gusto c’è? Si gode di più a cambiar foto profilo e a lasciarsi travolgere da un’orgia di notifiche. Ma si sogna l’account di coppia in banca, si spera in un tradimento, magari se si è fortunati in un divorzio—quello sì è per sempre.

«I matrimoni gay dovrebbero essere legalizzati in America perché i gay sono gli unici che vogliono sposarsi», dice Chuck Klosterman, del New York Times; uno che conosce abbastanza la cultura popolare e la società in cui vive per sintetizzare il mio pensiero da quindicenne. (Nota a margine: ogni film, serie televisiva, libro, cartone animato degli ultimi anni proveniente dalla terra della Coca Cola farebbe passare la voglia di sposarsi anche a Liz Taylor, se fosse viva).

Sì, ho soli quindici anni e so che sono omosessuale e che il mondo in cui vivo non è una minaccia perché mi trovo nell’Italiacircondata dalle civilissime Spagna, Francia e Germania, e non in Nicaragua o Arabia Saudita. Qui i gay hanno un futuro e se un teenager volesse accorgersene potrebbe entrare in uno Zara qualsiasi. O farsi un giro da Ikea, tempio della civilissima Svezia, quella che è così avanti e così progressista da eliminare il genere anche ai giocattoli, nella paura che un bambino si senta in colpa a giocare con una bambola. Son grossi problemi educativi. Qui se si accende la TV e qualcuno dal pubblico dice la solita frase: «come lo spiego a mio figlio se vediamo due uomini che si baciano» la conduttrice zittisce tutti come una maestra e spiega l’etichetta sociale ai provinciali nello stesso modo in cui Alberto Manzi insegnava l’italiano agli analfabeti. Si educano fin dal primo pomeriggio. O in modo più sofisticato si potrebbe rispondere con lo standup comedian del momento, Louis C.K. «Non lo so è il tuo cazzo di figlio, parlaci tu. Due persone non possono vivere il loro amore perché tu non vuoi parlare a tuo figlio per due minuti? Chissenefrega di quello che gli dirai, è probabilmente già frocio».

E in tutto il mondo libero non è questione di destra e sinistra. Per David Cameron «I conservatori credono nei legami che ci tengono uniti; credono che la società è più forte quando promettiamo di badare l’un l’altro. Ecco perché non sostengo la necessità dei matrimoni gay ‘nonostante’ sia conservatore. Ma li supporto proprio in quanto conservatore»; Mitt Romney, lo sconfitto alle ultime presidenziali contro il presidente Barack Obama, il prez più gay-friendly mai avuto, si è detto contrario al matrimonio omosessuale ma favorevole all’adozione di genitori gay. Non esattamente il tipico repubblicano descritto da Aaron Sorkin: «Sembro un liberal perché credo che gli uragani siano causati dall’alta pressione, e non dai matrimoni gay».

E lo so cosa molti di voi pensano. Cosa c’entrano i matrimoni gay con la violenza contro gli omosessuali? Poco, forse nulla. Sapere che la società in cui vivi ti riconosce è psicologicamente rilevante, lo ammetto, ma se un folle dovesse menarmi per strada perché mi disprezza non ci sarà legge ad impedirglielo. Ma rientrerebbe in un atto criminale già considerato dalla nostra legislazione, non occorre aggiungere una stella rosa né parcheggio riservato o fare di noi una categoria minoritaria, un parco protetto. Non occorre farci sentire delle vittime. E’ vero che ci sono adolescenti che vivono molto male la loro sessualità, ed è giusto aiutarli in ogni modo propositivo e con buon senso. Ma porre aggravanti a crimini è proprio quello che nessun omosessuale dovrebbe desiderare. Così come chiedere di esistere è ridicolo. Noi esistiamo già, noi siamo la maggioranza. E diventeremo sempre più simili a voi.

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