GENERAZIONE ____ (riempite a vostro piacimento)

Ho due nonne molto diverse. Una ha 87 anni e la sua idea di felicità è «andare nel bosco, c’è un bel silenzio… e se poi muoio finisco tra i mughetti», l’altra ne ha **, e non l’ho mai vista senza tacchi: «Solo in spiaggia me li tolgo». Una di campagna, l’altra di città. Una indossa gli stessi vestiti da una vita, già fuori moda cinquant’anni fa, l’altra adora fare shopping e passa i suoi acquisti meno felici alle nipoti ventenni.

Entrambe convengono su un punto: non dimostrare la propria età.

Una volta ho registrato l’ottantasettenne e le ho fatto vedere il video nel bel mezzo di irrinunciabili gossip paesani tra sciure: era completamente ipnotizzata dalla propria immagine. Non riusciva a seguire il discorso dell’amica.  Questa si è indispettita e se ne è andata: «Sempre stata così tua nonna, sempre a guardarsi allo specchio». La nonna continuava a specchiarsi nello smartphone.

Entrambe le nonne perdonerebbero qualsiasi atroce reato per un: «non dimostra la sua età signora! E’ *così* giovane!». Segue falsa modestia di rito e malcelata pace dei sensi.I complimenti sono meglio del sesso dopo una certa età. Non che sia una questione solo femminile, avete mai visto quegli anziani con occhiali da sole, convinti che basti loro indossare lenti a specchio per sembrare dei giovincelli? Come quei bambini che si coprono gli occhi e pensano di essere diventati invisibili.

La loro generazione, la mia generazione. La foto che «se vengo male la butti» e il «sai usare photoshop vero?».

Ogni giorno nasce un’etichetta nuova per la mia generazione. Dopo Millennials, Net Generation, Echo Boomers e Generation Y oggi è il giorno della ME ME ME GENERATION, con il capslock per sembrare più autorevole delle altre. E’ di Joel Stein (Time), che per la storia di copertina ha definito i giovani come dei narcisisti pigri che «vogliono costante approvazione» tramite aggiornamenti continui di status e brevi orgasmi da notifica. Ebbene, tutti (AtlanticWire) hanno ridicolizzato la schiera di ricercatori, psichiatri, accademici di vario genere con i loro grafici e le loro prove inconfutabili. Tutti hanno iniziato a fare una di quelle cose che non succede mai, hanno iniziato a difendere i giovani.

Era il 1907 quando Anna A. Rogers avvertiva l’umanità del pericolo imminente: «la roccia su cui la maggior parte delle navi vanno a scontrarsi è il culto dell’individualismo degli ultimi tempi, l’adorazione sfacciata di sé». Su Life del 17 maggio 1968 (Life) «Sapevo che la frase ‘fatevi una vita’ potrebbe non avere assolutamente alcun significato per questi figli della società del benessere». Poi il 23 agosto 1976, sul New York, il re della descrizione dei consumi culturali, Tom Wolfe, tratteggiava la: «The ME decade» con un racconto. Un centinaio di persone si riuniscono per «premere il pulsante reset» su ciò che vogliono eliminare dalla loro vita: povertà, alcolismo, servilismo, eiaculazione precoce. Una manager si alza e urla nel microfono: «Le mie emorroidi!». Diventa immediatamente la voce della sua generazione, o di una generazione (cit. Lena Dunham). E non è mica finita lì.

Negli anni ’80 è arrivata la  NOT-ME GENERATION (The Washington Monthly), che diceva più o meno così: siete scarsi a letto perché nessun partner può rivaleggiare con l’amore che provate per voi stessi. Nel 1985 i videoregistratori erano i responsabili del narcisismo in VHS della Videotape Generation (Newsweek): ogni banale e irrilevante momento della propria inutile vita viene registrato dal registratore, o sindrome del turista giapponese. E molte altre. Ogni stagione ha il suo giornalista che descrive la società in cui vive e decide di inventarsi un’etichetta nella speranza sia la volta buona. Ma dicono tutti una cosa sola: siamo narcisisti, e lo siamo sempre stati.

Io non ho prove né esperienza. Non posso descrivervi la mia società perché ne faccio parte, ci sono in mezzo, non mi basterebbe un aforisma e non so inventare un nome che sintetizzi il modo in cui vivo. O sono così pigro da non averne voglia in questo momento, gratis per giunta. (Un punto per il Time). Ma di una cosa sono certo, se i Social Network avessero l’età dei miei nonni probabilmente Joel Stein avrebbe risparmiato una pessima figura.

Ricordati di me è un poco memorabile film di Gabriele Muccino del 2003. C’è però un dialogo tra due fratelli che mi piace particolarmente:

Valentina, dimmi la verità, che pensi di me? Come sono visto da fuori?
Lo sai cosa penso di te.
Dimmelo ancora.
Penso che sei anonimo e inespressivo, quando parli sembra che c’hai uno strofinaccio in bocca e non si capisce un cazzo, non ti lavi e ti vesti da sfigato di sinistra quando il mondo va tutto da un’altra parte. Questo penso.
Nient’altro?
No, a posto così.

Dimmi quanti like hai e ti dirò chi sei. Un anno dopo Mark Zuckerberg creava Facebook, risolvendo per sempre il problema del feedback su di sé. Abbiamo imparato cosa si può dire in bacheca pubblica, da chi farci leggere e come, che tipo di foto farci e in quali pose ed espressioni. Anche se nessuno dei nostri contatti probabilmente si spingerebbe all’onestà maligna di Valentina ci sono buone opportunità di capire cosa ne pensino gli altri di noi. Riceviamo notifiche su come siamo, continuamente. Ne abbiamo bisogno. Perché siamo estremamente insicuri e vogliamo sentirci connessi alla società.  Ci fa sentire vivi e parte del tutto. O forse no. Forse mi sbaglio, ma sono sicuro che me lo farete sapere. O almeno spero.

** se lo scrivo non mi parla più.

2 thoughts on “GENERAZIONE ____ (riempite a vostro piacimento)

  1. Forse, tu ti senti vivo nel momento in cui ti connetti. Io, invece, salvo rarissimi casi, frequentando Facebook mi ritrovo sperso in un contenitore di vuoto ove, se arrischi un post od una condivisione che non siano le solite banalità, la controrisposta è una parata di “elettroenefalogrammi piatti”. Vivi perché connessi? Direi, piuttosto, dispersi alla superficie dell’evenire!

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