Edith Windsor, la nonna dei diritti gay

Accadeva in marzo. «Ciao. Sono Edith Windor, e qualcuno ha scritto per me un lungo discorso che non ho intenzione di tenere», inizia così la conferenza con cui l’ottuagenaria con la messa in piega spettinata dal vento e lo spirito combattivo di una leonessa ha fatto incursione nella storia americana. Va a braccio, perché sa non esserci discorso più potente di un: «sono una lesbica dichiarata, ok, che ha appena citato in giudizio gli Stati Uniti d’America, ed è scioccante anche per me». Colpiti e affondati.
È cambiata molto dagli anni ’60, quando veniva in vacanza a Venezia con Thea Spyer, sua futura moglie e compagna per 44 anni. Troppo imbarazzata per scacciare gli italiani che la corteggiavano esibendosi in un plateale bacio lesbico: «Se vi amate provatelo, baciatevi», le dicevano i veneziani. (Non che fossero due dive del cinema, ma in quegli anni probabilmente una turista era materia per masturbazioni compulsive). Nonostante le due si sposeranno a Toronto nel 2007 per anni Windsor si rifiuterà di indossare la fede del lungo periodo di fidanzamento. Il motivo? Evitare di dover rispondere a quell’unica, imbarazzante, inevitabile domanda: «e lui chi è?».

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Nessun coming out esplicito per anni. Windsor ha raccontato al New York come nei ’50 e ’60 pre liberazione sessuale essere gay significasse detestarsi. Tentò una terapia psichiatrica, che non funzionò. «Nessuno voleva essere queer in quegli anni». Poi arrivò Stonewall e tutto cambiò.

Era il 21 settembre 1996 quando Bill Clinton firmava il Doma per escludere dai benefici fiscali le coppie dello stesso sesso. Pochi anni dopo, per contrappasso, il suo matrimonio sarà al centro del più grande scandalo sessuale—cose che gli americani prendono sul serio. Oggi Clinton ha cambiato idea sul marriage act, e Windsor lo perdona anche se ammette di averlo odiato: «I would trust no Clinton anywhere any time». (Tutto questo, signori della corte Pop, proprio nei giorni in cui Monica Lewinsky sta mettendo all’asta i black neglige anni ’90 con cui aveva sedotto Bill). Oggi la moglie Hillary, che da quella storia di corna ne è uscita vincente, ha sostenuto le ragioni di Windsor e di tutta la comunità arcobaleno; perché il mondo è cambiato dal 1996, almeno negli Stati Uniti, e lei sa che in vista delle prossime presidenziali se vuole vincere non basta un account twitter ma deve dirsi gay-friendly.

Oggi il verdetto: 5 a 4. Il DOMA è morto.

La parola corretta è: incostituzionale, e risuona per tutte le strade e le piazze d’America in festa. Lo hanno deciso 5 giudici  favorevoli della Corte Suprema Federale contro quattro contrari. Questo non significa che Brad e Angelina potranno finalmente sposarsi, perché non è stato legalizzato il matrimonio gay in tutti gli stati. Ma da oggi vengono riconosciuti benefici fiscali anche tra persone dello stesso sesso nei tredici stati in cui il same sex marriage è legale. Cioè circa 100 mila coppie gay che da oggi verranno trattate equamente a quelle eterosessuali. Business Insider ha stilato 22 diritti acquisiti, da detrazioni fiscali a cittadinanza di un coniuge immigrato, con l’abrogazione del DOMA.

Mi chiedo come mai le associazioni LGBT di tutto il mondo non ne abbiano fatto un simbolo fino ad oggi. In Italia è quasi del tutto sconosciuta. Poi ho capito.

Tutta una questione di tasse, o quasi. «Thea e io abbiamo condiviso insieme 44 anni, e mi manca ogni giorno. È elettrizzante avere un tribunale che finalmente riconosce quanto ingiustamente ci ha trattato il governo, come fossimo due estranee». Thea è morta nel 2009, e le tasse di successione per ereditare beni per 3,5 milioni di dollari sono costati a Windsor 350 mila dollari. Il matrimonio, celebrato a Toronto, è riconosciuto da New York che però lo riconosce fiscalmente per via del DOMA: «È ingiusto». Windsor ha ragione. Se fosse stata una coppia eterosessuale non avrebbe dovuto pagare nulla e avrebbe avuto un sacco di altri privilegi fiscali e sanitari. Questa è una guerra che è possibile combattere e vincere solo negli Stati Uniti. In Italia è impossibile basare una battaglia di parità sulla base del denaro, o peggio, del fisco, che è considerato ideologicamente come una lotta di destra. Inoltre è quasi impossibile l’empatia dell’elettorato medio, sedotto dalla retorica sull’amore: love = love, e balle varie. Come se fosse una questione di poesia, letteratura e film romantici. E invece è soprattutto simbolica: dammi ciò che mi spetta. Trattami da cittadino con pieni diritti.

Windsor ha vinto la sua battaglia: «Voglio andare a Stonewall, ora!», riporta il New Yorker che ne ha pubblicato la reazione in diretta. Le hanno passato una chiamata: «Sì, con chi parlo?» «Oh, Barack Obama? Voglio ringraziarla. Penso che il suo supporto abbia fatto la differenza per noi in tutta la nazione». Poi Windsor ha chiamato un amico: «Per favore, sposati subito!». Ha vinto lei. Verrà rimborsata con gli interessi. Ottaquattro anni e cambiare il mondo.

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