Logica dell’autoscatto

La chiameremo dipendenza da autoscatto, e ci riguarda tutti. Partiamo da una certezza: essere fotogenici è l’obiettivo di chiunque abbia una vita sociale (ma anche di chi ne vorrebbe una). Non ho mai conosciuto nessuno desiderare di venire male in foto; tuttalpiù si finge indifferenza, con uno sguardo fugace allo schermo del cellulare accompagnato da un «non male», il tutto benedicendo l’esistenza del blocco tag e maledicendo a denti stretti quel fotografo improvvisato senza senso della prospettiva. Come cazzo osa sputtanare megabyte di autoscatti?

Lo sappiamo tutti, basta una foto sbagliata a compromettere centinaia di pose perfette.

Ore e ore di lavoro passate a sembrare più magri, posizionare le luci in favore di zigomo, millantare labbra carnose e occhi vispi; ore a contorcersi, a cancellare le centinaia di scarti con gli occhi chiusi, semichiusi, troppo aperti! Ci sono poi quelli che fingono di parlare o di guardare l’orizzonte, quelli che solo l’occhio o solo la bocca, quelli che hanno la stessa espressione (si chiama sindrome da Victoria Beckham), e cambia solo il contesto—ma a volte neppure quello. Insomma, ore in cui cercavamo disperatamente di essere fighi, buttate. Va detto che non c’è alcuna differenza se la foto è riuscita e lo smartphone non è il tuo, bisogna sempre fingere che la cosa non ci riguardi, mantenere un tono dignitoso. Non ho mai conosciuto nessuno ammettere di voler venir bene in foto. Siamo pur persone di solidi e comprovati valori, me la passi dopo?

Clic. Il pollice opponibile e l’esistenza di filtri spianarughe, dunque, non danno alcuna garanzia di successo. E il successo è quella cosa che non solo ti consente di essere pubblicabile su ogni timeline, senza restrizioni di sorta, ma che ti fa avere centinaia di like. Clic. A pensarci è proprio strano. L’esistenza di quel pollice alzato messo lì da Zuckerberg è verificare se la nostra percezione della realtà coincide con quella degli altri, eppure cos’altro stimola la nostra mitomania e il nostro egocentrismo più della costruzione della propria biografia? Clic. In più, poiché alla perversione tecnologica non vi è limite, il suono è quello dello scatto, così ci sentiamo fotografi per davvero. Clic. Gli sconosciuti valgono doppio, i nemici il triplo. (Se persino la stronza di turno sente l’irrefrenabile bisogno di notificarti la tua figaggine, hai vinto). Clic, questa la tengo.

Prima che gli americani decidessero per un più comodo “selfie” (era il 2005, e il fotografo Jim Krause in un manuale fotografico rendeva pubblico il già noto, autorizzando implicitamente la diffusione del self-portrait senza vergogna), vale a dire prima che Hillary Clinton accettasse ironicamente di autoscattarsi in posa con la figlia, coraggiosamente senza filtro, prima di Rihanna, Beyoncè, Justin Bieber, prima dei politici sgamati a torso nudo, degli atleti superdotati con l’erezione, prima di Dudexposed, prima che Chris Pratt ci mostrasse quanto dimagrito, muscoloso e figo sia, prima di tutto questo era una pratica sotterranea. Era roba da gay. Come per ogni fenomeno sociale connesso al rimorchio gli omosessuali sono all’avanguardia. I siti di incontri richiedono fin da sempre fotografie per costruire il proprio avatar.

Le regole hanno sempre parlato chiaro: niente foto fasulle. Ma chi mai può essere autentico e sincero con una materia tanto delicata: rimorchiare? Chi mai è tanto sciocco, dico. Gli autoscatti sono falsi per definizione, a tal punto che è più vera la foto di una modella ucraina su Vogue rispetto a quella che abbiamo prodotto noi. Ogni volta la controprova di realtà va fatta via webcam che, puntualmente, è o rotta o non funzionante, e capisci che la mitomania ha superato la realtà in misura eccessiva, entrando nel mondo fatato del «sono un modello greco», quando invece le misure parlano chiaro: 1.60×90 kg. Arrivi alla porta, ti aspetti Hugh Jackman e ti ritrovi Gene Hackman, ti aspetti Brad Pitt in Fight club e ti ritrovi Keanu Reeves oggi. Come riporta lo studioso Shaun Cole in uno dei suoi più riusciti studi sul dresscode gay nel Novecento, i gay sono abituati a interpretare i segni per necessità, per questo ogni vestito, ogni postura, ogni didascalia è una dichiarazione.

Schermata 2013-07-10 alle 20.39.56

Quando si apre una scheda utente su Grindr è come quando apriamo la gallery delle foto profilo Facebook: lì dove va messo solo il meglio, lì dove se fa schifo sai anche che dal vivo è molto peggio di così. E passi oltre. Fin dall’inizio del decennio il catalogo era composto di sguardi languidi; tizi sdraiati con addominali tesi; intere palestre a uso scenografia in favore di bicipiti e pettorali gonfi (gente il cui sviluppo muscolare nelle gambe è stato così a lungo ignorato da provocare veri e propri mostri prospettici: sopra campione di canottaggio sotto merlo). Il tutto con il proprio cellulare. All’inizio la risoluzione era scadente, i più evitavano e preferivano le portatili digitali, correggendo in seguito con Photoshop. Poi la tecnologia è migliorata, Facebook ha registrato milioni di accessi e la sovrapposizione tra oggetto e soggetto nelle foto è diventata il nostro passatempo preferito. Quando la risoluzione e l’elaborazione istantanea lo ha permesso ci siamo disfatti della post-produzione ed è stato un trionfo di filtri preimpostati. L’estetica del decennio risponde al dogma: «qualsiasi smorfia è bella se la foto ha i colori artificiali».

Perché tutte quelle smorfie codificate? (Il fotografo Lorenzo Mapelli le ha sistematizzate su Vice) La risposta andava cercata nell’unico posto dove questo genere di domande possono essere formulate senza arrossire: Yahoo Answer. E infatti trovo un topic che in modo passivo aggressivo, e quindi pronto allo scontro, fa così: «Posso chiedere una cosa a tutte le ragazze che fanno le ”smorfie” nelle foto?», senza ragionevolmente attendere alcun cenno prosegue: «Cos’è una nuova moda o c’è già da tanto?Parlo di quelle smorfie tipo gonfiare le guance o sporgere le labbra o appoggiarsi l’indice in bocca in “posizione sexy” -.-‘ per ogni foto che si fa!» e «BASTA BASTA BASTAAAAAAA voglio vedere un sorriso per una voltaaa!». Seguono commenti di adolescenti che deprecano tali incresciosi fenomeni e annuiscono: non si fa, «è roba da bimbimikia». In realtà nella mia timeline ho sia adolescenti sia quarantenni, sia ragazzini in costume sia quarantenni agli aperitivi, e devo svelare che l’autoscatto non è affatto un’esclusiva dei quindicenni. Anzi, se i ragazzi nella loro piena forma fisica si fotografano anche in compagnia, i più grandi sono sempre soli. Il titolo delle loro gallery dovrebbe essere: cerco disperatamente qualcuno che mi fotografi. C’è gente che si lamenta dei dolori ai tricipiti per quanto è stata col braccio alzato ad autocelebrarsi. Sì, ok, ma perché le smorfie? L’unica risposta possibile che mi viene è: perché non siamo fotogenici. Se *smorfieggi* nessuno noterà mai l’asimmetria della tua faccia. O per lo meno è il motivo per cui non esistono mie foto da adolescente; ero un tale disastro (non che oggi vada molto meglio). Il naso da una parte e la bocca dall’altra, e le orecchie troppo grandi, l’assenza di mento, dovevo usare l’effetto fluidifica di Photoshop per rimettere ordine. Altro che filtri sepia o bianco e nero. Il filtro Picasso non lo avevano mica inventato.

Dev’esserci sicuramente un senso. Forse la duck face (faccia da anatra) cioè quel broncio da «bacio l’aria» è la soluzione inventata da chi non ha le labbra. Oggi non si nega a nessuno, anche ad Alba Parietti. Poi ci sono le dumb face (facce da scemi), che saranno nate per dissimulare imbarazzo; e le linguacce? saranno state sicuramente un modo per fingere che non fosse una cosa seria quello stare lì con l’occhio inibente della camera puntato addosso. Oggi anche chi ha un sorriso perfetto lo nasconde. Presto avere la fronte aggrottata o fotografarsi dall’alto sarò autorizzato anche sulle patenti. Anche coloro che si ribellano alla logica del selfie e decidono di pubblicare smorfie volutamente poco lusinghiere non si espongono al giudizio altrui, perché uno pensa sempre: «chissà com’è in una posa naturale». Come nelle foto di Wes Naman, il fotografo che imballa con il nastro adesivo i suoi modelli, mica pensiamo che siano così brutti per davvero. Loro hanno una buona ragione.

I peggiori sono quelli che piangono. Sono quelli la cui sindrome di Nan Goldin non li ha mai abbandonati; cioè la donna che ha inventato la fotografia del dolore. Colei che registrava ogni sordido momento della sua vita senza filtri: drogati, amanti, prostitute, froci. C’è un suo autoritratto, sguardo in camera, spettinata, e gli ematomi sul volto. Oggi la scambierebbero per una pubblicità progresso, roba sul femminicidio. L’ha scattata dopo essere stata picchiata e violentata dal compagno: perché l’arte va documentata. Oggi si direbbe: perché bisogna farsi compatire, o meglio, perché bisogna farsi stellinare.

L’autoscatto è l’autoritratto che finge di non aver pretese.

Il nostro decennio verrà ricordato come «quelli che stavano in bagno a fotografarsi». Il primo pare fu Thomas Charles Richmond Baker, un aviatore. Era il 1917 e bastò una Kodak, un cavalletto e la specchiera del mobile. Oggi è una pratica diffusa, siamo tutti in bagno, perché è lì che ci sono gli specchi grandi, è lì che possiamo stare mezzi nudi, è lì che c’è intimità e nessuno può interromperci o distrarci. Il risultato è una scenografia che per contrasto dovrebbe farci sembrare meravigliosi, come le modelle che posano vicino alle auto rottamate in Invisible Monster di Chuck Palahniuk, per contrasto. Ecco, non funziona se non siete fighissimi. Il cesso dietro di voi è il soggetto a cui meno vorreste in coscienza essere accomunati. Abbiamo bisogno di piacere. Clic. E se ci mettiamo troppo, clic, pensino pure, clic, che ci masturbiamo, clic, in un certo senso è così.

5 thoughts on “Logica dell’autoscatto

  1. Ahia quant’è vero. E passi tutto, ma non che quella di Kate e Rihanna è una selfie dai! C’è il grande Mario Testino dietro. (Che cagna la Minetti cmnq<3 )

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