Traviati

Francesco Maria Piave ha scritto un Pretty Woman senza lieto fine, e prima che Julia Roberts diventasse il nostro mito vendicandosi con le commesse snob che lavorano su commissione. Lo ha fatto molto prima, nel secolo noioso, adattando la Signora delle Camelie, un romanzetto ottocentesco scritto da Alexandre Dumas (figlio), divenuto soggetto de La Traviata (parte della Trilogia Popolare verdiana). Piave, il nostro librettista, ha dovuto sforbiciare molte cose – la censura lo imponeva – quindi niente camelie (simbolo di disponibilità sessuale se bianche, e di castità se rosse, portate con sé nelle sue passeggiate da Marguerite Gautier, una famosa puttanona). Però l’intero testo è pieno di deliziosa e autentica misogina. Va detto che l’intera opera era probabilmente il modo di Verdi per mettere a tacere i pettegolezzi a Busseto sul fatto che lui se la faceva con una, più di dieci anni dopo che gli erano morti moglie e figli. E scrive una lettera in cui sostanzialmente dice: «non sono cazzi vostri, lei è libera di fare quel che le pare, e io pure, non spettegolate». Moderno.

Una Traviata, dunque.

Inizia tutto in un salotto, una festicciola, ché queste non c’hanno un cazzo da fare tutto il tempo (e mentre i poveri stavano in platea a sognare quella vita lì, i ricchi veri svolgevano le pubbliche relazioni nei palchi; o mangiavano, che Toscanini non è ancora passato a educare tutti all’ascolto musicale, e ognuno fa un po’ quel cazzo che gli pare). La casa di questa – che, ricordiamolo ancora, dovrebbe essere una prostituta ma è molto colta e inseritissima, e non si capisce bene perché mai ne esistesse una, dato che Berlusconi non aveva ancora corroso la purissima italianità facendo la sua entrata in campo o discesa, o come vi pare – è frequentata da baroni, dottori; insomma: gente coi danee.

Tutti brindano, inneggiano al vino, all’amore (leggi: sono pronti a grandissime scopate). Qualcuno presenta la padrona di casa, Violetta, ad Alfredo, un giovanotto baldansozo e romanticone. Il classico ciula.
A un certo punto lei si guarda allo specchio, tossice e tutti capiscono che morirà. Al che Alfredo le dice che la ama (perché qui tutto succede così, un po’ a caso, di fretta, vedi una a una festa, con cui non hai mai scambiato una parola, lei tossisce pallida e sai che devi accelerare un po’ le cose se vuoi fartela, ché questa ti schiatta tra le braccia. Allora le dici che è un anno che la ami e la segui in ogni movimento, e lei ci casca). Lei all’inizio si invaghisce, ma poi pensa che è troppo sbatti e vuol continuare saggiamente a godere «Sempre libera degg’io/trasvolar di gioia in gioia». Lui, non si sa dove cazzo sia, ma origlia, e urla il suo amore palpitante e universale «misterioso e altero, croce e delizia al cor!». Lei giustamente dice che lui è matto («Follie!… follie!… delirio vano è questo!») e termina decisissima: «Gioire, di voluttà nei vortici finire» Siccome poi è una donna, e il tutto è scritto da uomini, il secondo atto si apre con loro due che vivono in campagna, con lui che canta di vivere «quasi in cielo» e ci informa che la chiava da mattina a sera lì nella casetta di campagna: «De’ miei bollenti spiriti/il giovanile ardore/ella temprò col placido/sorriso dell’amore!».

Va beh. Salto un po’ di pezzi, che mi sono già sfrantumato. Le cose vanno male, lei vende tutto, cavalli, cocchi.  Lui, che è tardissimo, non capisce che lei non ha più un soldo. Pensa che basti chiavare e i tutti siano lì per fargli un favore. E lo viene a scoprire dalla domestica!, la quale allora come oggi è la custode di ogni segreto, nonché la responsabile dello sputtanamento. (E del furto dei gioielli, ma di questo non sappiamo molto).

C’è poi questa scena, deliziosa, in cui il vecchio padre di Alfredo arriva in città ed entra nella stanza (perché lì è tutto un entrare e uscire e dire cose importantissime), e la insulta. Arriva, le dà un’occhiata e le dà dell’arrampicatrice sociale, a questa pallida tisica. Lei allora gli mostra i conti e gli dice: no bello, sono io che sto mantenendo tuo figlio ricco. (Che non ha senso, perché se lui è ricco perché dovrebbe essere lei a vendere mobilia e gioielli? E perché dovrebbe mandare la domestica a fare affari, poi? Ma avete mai visto una domestica contrattare i vostri beni? Comuque infatti poi ci va Alfredo, non sto a spiegarvi perché, tanto non è importante, serve a tenerlo fuori di scena). Il padre di Alfredo, di fronte all’evidenza, cambia via. La accusa di disonorare l’intera famiglia, e anche di impedire il futuro matrimonio della sorella di Alfredo («Pura siccome un angelo», mica come lei). Perché è chiaro che se Alfredo continua a frequentare una troia… (Ora: non si capisce come possa sapere il vecchio padre che lei è una cortigiana, dal momento che lei lo rivela sottilmente dicendo che non sa amare, che vuol godere, ma mica esiste Facebook. Anche ammesso che lei lo fosse, lui rimane un bel buzzurro, ne converrete.) In più, perfidamente, il vecchio aggiunge che è più che sicuro che quando ella sfiorirà Alfredo si disinteresserà a lei. Come a dire: poveretta tu, che chi ti si piglierà, troia, arrampicatrice sociale e pure anziana? Lei allora accetta di abbandonarlo, e molti colpi di tosse dopo è su un letto morente. Perché l’unico modo di dimostrare di non essere in malafede è rinunciare all’amore. E quando lui, Alfredo, viene a sapere la verità dal padre, corre da lei, ma ormai la morte è vicina. Il modo migliore per far sentire in colpa un intero pubblico di bacchettoni: l’impedimento amoroso di un ricco con la sua puttanella si trasforma in un Julietta e Romeo. Perché dicevo che è deliziosamente misogino? Perché Alfredo sta benissimo, e sul corpo di lei ricade tutto: stigmate sociale, debiti, infamia, e pure la tisi! «Cara, sublime vittima d’un generoso amore,perdonami lo strazio recato al tuo bel core». E questo è sottolineato dal fatto che quando lei sembra risollevarsi dagli «spasmi del dolore», grazie all’amore, spira. E lui può tornare a rimorchiare giovinette illibate, che magari gli va meglio.

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