Aggiornamento di servizio

Questo mese ci sono delle novità. Anzitutto ho il profilo con foto più ridicola del mondo su Linkiesta, dove a breve pubblicheranno un mio pezzo su Anthony Weiner e gli scandali sessuali di cui meno ci dovrebbe importare. Sono anche nel nuovo numero di Rivista Studio, dove ritraggo David Karp, simbolo di una nuova generazione di imprenditori che alla Valley preferiscono New York. (La rivista è una delle mie preferite, dentro ci trovate ottimi articoli su tv, cultura pop e di cose bellissime.) Su Gli Altri, invece, spiego a Mancuso, Marina Terragni e a tutti voi perché la legge anti-omofobia non va bene per niente. (Lui non capisce, chissà voi).

L’estate mi ispira molte altre idee.  Pubblicherò qui solamente cose che nessuno vorrebbe sul proprio giornale—per vari motivi.

Logica dell’autoscatto

La chiameremo dipendenza da autoscatto, e ci riguarda tutti. Partiamo da una certezza: essere fotogenici è l’obiettivo di chiunque abbia una vita sociale (ma anche di chi ne vorrebbe una). Non ho mai conosciuto nessuno desiderare di venire male in foto; tuttalpiù si finge indifferenza, con uno sguardo fugace allo schermo del cellulare accompagnato da un «non male», il tutto benedicendo l’esistenza del blocco tag e maledicendo a denti stretti quel fotografo improvvisato senza senso della prospettiva. Come cazzo osa sputtanare megabyte di autoscatti?

Lo sappiamo tutti, basta una foto sbagliata a compromettere centinaia di pose perfette.

Ore e ore di lavoro passate a sembrare più magri, posizionare le luci in favore di zigomo, millantare labbra carnose e occhi vispi; ore a contorcersi, a cancellare le centinaia di scarti con gli occhi chiusi, semichiusi, troppo aperti! Ci sono poi quelli che fingono di parlare o di guardare l’orizzonte, quelli che solo l’occhio o solo la bocca, quelli che hanno la stessa espressione (si chiama sindrome da Victoria Beckham), e cambia solo il contesto—ma a volte neppure quello. Insomma, ore in cui cercavamo disperatamente di essere fighi, buttate. Va detto che non c’è alcuna differenza se la foto è riuscita e lo smartphone non è il tuo, bisogna sempre fingere che la cosa non ci riguardi, mantenere un tono dignitoso. Non ho mai conosciuto nessuno ammettere di voler venir bene in foto. Siamo pur persone di solidi e comprovati valori, me la passi dopo?

Clic. Il pollice opponibile e l’esistenza di filtri spianarughe, dunque, non danno alcuna garanzia di successo. E il successo è quella cosa che non solo ti consente di essere pubblicabile su ogni timeline, senza restrizioni di sorta, ma che ti fa avere centinaia di like. Clic. A pensarci è proprio strano. L’esistenza di quel pollice alzato messo lì da Zuckerberg è verificare se la nostra percezione della realtà coincide con quella degli altri, eppure cos’altro stimola la nostra mitomania e il nostro egocentrismo più della costruzione della propria biografia? Clic. In più, poiché alla perversione tecnologica non vi è limite, il suono è quello dello scatto, così ci sentiamo fotografi per davvero. Clic. Gli sconosciuti valgono doppio, i nemici il triplo. (Se persino la stronza di turno sente l’irrefrenabile bisogno di notificarti la tua figaggine, hai vinto). Clic, questa la tengo.

Prima che gli americani decidessero per un più comodo “selfie” (era il 2005, e il fotografo Jim Krause in un manuale fotografico rendeva pubblico il già noto, autorizzando implicitamente la diffusione del self-portrait senza vergogna), vale a dire prima che Hillary Clinton accettasse ironicamente di autoscattarsi in posa con la figlia, coraggiosamente senza filtro, prima di Rihanna, Beyoncè, Justin Bieber, prima dei politici sgamati a torso nudo, degli atleti superdotati con l’erezione, prima di Dudexposed, prima che Chris Pratt ci mostrasse quanto dimagrito, muscoloso e figo sia, prima di tutto questo era una pratica sotterranea. Era roba da gay. Come per ogni fenomeno sociale connesso al rimorchio gli omosessuali sono all’avanguardia. I siti di incontri richiedono fin da sempre fotografie per costruire il proprio avatar.

Le regole hanno sempre parlato chiaro: niente foto fasulle. Ma chi mai può essere autentico e sincero con una materia tanto delicata: rimorchiare? Chi mai è tanto sciocco, dico. Gli autoscatti sono falsi per definizione, a tal punto che è più vera la foto di una modella ucraina su Vogue rispetto a quella che abbiamo prodotto noi. Ogni volta la controprova di realtà va fatta via webcam che, puntualmente, è o rotta o non funzionante, e capisci che la mitomania ha superato la realtà in misura eccessiva, entrando nel mondo fatato del «sono un modello greco», quando invece le misure parlano chiaro: 1.60×90 kg. Arrivi alla porta, ti aspetti Hugh Jackman e ti ritrovi Gene Hackman, ti aspetti Brad Pitt in Fight club e ti ritrovi Keanu Reeves oggi. Come riporta lo studioso Shaun Cole in uno dei suoi più riusciti studi sul dresscode gay nel Novecento, i gay sono abituati a interpretare i segni per necessità, per questo ogni vestito, ogni postura, ogni didascalia è una dichiarazione.

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Quando si apre una scheda utente su Grindr è come quando apriamo la gallery delle foto profilo Facebook: lì dove va messo solo il meglio, lì dove se fa schifo sai anche che dal vivo è molto peggio di così. E passi oltre. Fin dall’inizio del decennio il catalogo era composto di sguardi languidi; tizi sdraiati con addominali tesi; intere palestre a uso scenografia in favore di bicipiti e pettorali gonfi (gente il cui sviluppo muscolare nelle gambe è stato così a lungo ignorato da provocare veri e propri mostri prospettici: sopra campione di canottaggio sotto merlo). Il tutto con il proprio cellulare. All’inizio la risoluzione era scadente, i più evitavano e preferivano le portatili digitali, correggendo in seguito con Photoshop. Poi la tecnologia è migliorata, Facebook ha registrato milioni di accessi e la sovrapposizione tra oggetto e soggetto nelle foto è diventata il nostro passatempo preferito. Quando la risoluzione e l’elaborazione istantanea lo ha permesso ci siamo disfatti della post-produzione ed è stato un trionfo di filtri preimpostati. L’estetica del decennio risponde al dogma: «qualsiasi smorfia è bella se la foto ha i colori artificiali».

Perché tutte quelle smorfie codificate? (Il fotografo Lorenzo Mapelli le ha sistematizzate su Vice) La risposta andava cercata nell’unico posto dove questo genere di domande possono essere formulate senza arrossire: Yahoo Answer. E infatti trovo un topic che in modo passivo aggressivo, e quindi pronto allo scontro, fa così: «Posso chiedere una cosa a tutte le ragazze che fanno le ”smorfie” nelle foto?», senza ragionevolmente attendere alcun cenno prosegue: «Cos’è una nuova moda o c’è già da tanto?Parlo di quelle smorfie tipo gonfiare le guance o sporgere le labbra o appoggiarsi l’indice in bocca in “posizione sexy” -.-‘ per ogni foto che si fa!» e «BASTA BASTA BASTAAAAAAA voglio vedere un sorriso per una voltaaa!». Seguono commenti di adolescenti che deprecano tali incresciosi fenomeni e annuiscono: non si fa, «è roba da bimbimikia». In realtà nella mia timeline ho sia adolescenti sia quarantenni, sia ragazzini in costume sia quarantenni agli aperitivi, e devo svelare che l’autoscatto non è affatto un’esclusiva dei quindicenni. Anzi, se i ragazzi nella loro piena forma fisica si fotografano anche in compagnia, i più grandi sono sempre soli. Il titolo delle loro gallery dovrebbe essere: cerco disperatamente qualcuno che mi fotografi. C’è gente che si lamenta dei dolori ai tricipiti per quanto è stata col braccio alzato ad autocelebrarsi. Sì, ok, ma perché le smorfie? L’unica risposta possibile che mi viene è: perché non siamo fotogenici. Se *smorfieggi* nessuno noterà mai l’asimmetria della tua faccia. O per lo meno è il motivo per cui non esistono mie foto da adolescente; ero un tale disastro (non che oggi vada molto meglio). Il naso da una parte e la bocca dall’altra, e le orecchie troppo grandi, l’assenza di mento, dovevo usare l’effetto fluidifica di Photoshop per rimettere ordine. Altro che filtri sepia o bianco e nero. Il filtro Picasso non lo avevano mica inventato.

Dev’esserci sicuramente un senso. Forse la duck face (faccia da anatra) cioè quel broncio da «bacio l’aria» è la soluzione inventata da chi non ha le labbra. Oggi non si nega a nessuno, anche ad Alba Parietti. Poi ci sono le dumb face (facce da scemi), che saranno nate per dissimulare imbarazzo; e le linguacce? saranno state sicuramente un modo per fingere che non fosse una cosa seria quello stare lì con l’occhio inibente della camera puntato addosso. Oggi anche chi ha un sorriso perfetto lo nasconde. Presto avere la fronte aggrottata o fotografarsi dall’alto sarò autorizzato anche sulle patenti. Anche coloro che si ribellano alla logica del selfie e decidono di pubblicare smorfie volutamente poco lusinghiere non si espongono al giudizio altrui, perché uno pensa sempre: «chissà com’è in una posa naturale». Come nelle foto di Wes Naman, il fotografo che imballa con il nastro adesivo i suoi modelli, mica pensiamo che siano così brutti per davvero. Loro hanno una buona ragione.

I peggiori sono quelli che piangono. Sono quelli la cui sindrome di Nan Goldin non li ha mai abbandonati; cioè la donna che ha inventato la fotografia del dolore. Colei che registrava ogni sordido momento della sua vita senza filtri: drogati, amanti, prostitute, froci. C’è un suo autoritratto, sguardo in camera, spettinata, e gli ematomi sul volto. Oggi la scambierebbero per una pubblicità progresso, roba sul femminicidio. L’ha scattata dopo essere stata picchiata e violentata dal compagno: perché l’arte va documentata. Oggi si direbbe: perché bisogna farsi compatire, o meglio, perché bisogna farsi stellinare.

L’autoscatto è l’autoritratto che finge di non aver pretese.

Il nostro decennio verrà ricordato come «quelli che stavano in bagno a fotografarsi». Il primo pare fu Thomas Charles Richmond Baker, un aviatore. Era il 1917 e bastò una Kodak, un cavalletto e la specchiera del mobile. Oggi è una pratica diffusa, siamo tutti in bagno, perché è lì che ci sono gli specchi grandi, è lì che possiamo stare mezzi nudi, è lì che c’è intimità e nessuno può interromperci o distrarci. Il risultato è una scenografia che per contrasto dovrebbe farci sembrare meravigliosi, come le modelle che posano vicino alle auto rottamate in Invisible Monster di Chuck Palahniuk, per contrasto. Ecco, non funziona se non siete fighissimi. Il cesso dietro di voi è il soggetto a cui meno vorreste in coscienza essere accomunati. Abbiamo bisogno di piacere. Clic. E se ci mettiamo troppo, clic, pensino pure, clic, che ci masturbiamo, clic, in un certo senso è così.

Edith Windsor, la nonna dei diritti gay

Accadeva in marzo. «Ciao. Sono Edith Windor, e qualcuno ha scritto per me un lungo discorso che non ho intenzione di tenere», inizia così la conferenza con cui l’ottuagenaria con la messa in piega spettinata dal vento e lo spirito combattivo di una leonessa ha fatto incursione nella storia americana. Va a braccio, perché sa non esserci discorso più potente di un: «sono una lesbica dichiarata, ok, che ha appena citato in giudizio gli Stati Uniti d’America, ed è scioccante anche per me». Colpiti e affondati.
È cambiata molto dagli anni ’60, quando veniva in vacanza a Venezia con Thea Spyer, sua futura moglie e compagna per 44 anni. Troppo imbarazzata per scacciare gli italiani che la corteggiavano esibendosi in un plateale bacio lesbico: «Se vi amate provatelo, baciatevi», le dicevano i veneziani. (Non che fossero due dive del cinema, ma in quegli anni probabilmente una turista era materia per masturbazioni compulsive). Nonostante le due si sposeranno a Toronto nel 2007 per anni Windsor si rifiuterà di indossare la fede del lungo periodo di fidanzamento. Il motivo? Evitare di dover rispondere a quell’unica, imbarazzante, inevitabile domanda: «e lui chi è?».

Edith+Windsor+Supreme+Court+Discusses+Defense+DamWYOETEAux

Nessun coming out esplicito per anni. Windsor ha raccontato al New York come nei ’50 e ’60 pre liberazione sessuale essere gay significasse detestarsi. Tentò una terapia psichiatrica, che non funzionò. «Nessuno voleva essere queer in quegli anni». Poi arrivò Stonewall e tutto cambiò. Continua a leggere

A NESSUNO FREGA. (Presunti scandali sessuali tra professori e studentesse).

Inizialmente siamo portati a credere si tratti di rabbia da rifiuto. E’ il 1998 e Matt Dillon è ancora un sex symbol. Il film si chiama Wilde Things, ma in Italia è uscito come Sex Crimes, a cui un titolista italiano, non soddisfatto, ha sentito il bisogno di aggiungere “- giochi pericolosi”. Come se non fosse abbastanza chiara la parola sesso. Era il 1998, Dillon era appeso alle pareti delle teenager, e nel film interpreta un professore che viene accusato di stupro da due studentesse. Ma noi non vediamo mai quello stupro e questo ci lascia supporre, a ragione, che non sia mai avvenuto. Quel che inizialmente sembra chiaro a tutti è che le due stanno mentendo. Il motivo, ma questo solo inizialmente, perché il plot cambierà una decina di volte prima di rivelarsi in tutta la sua manipolazione, è il rifiuto di Matt. «Una ragazzina non potrà mai farmi venire», è questa la frase ingenerosa che ha scatenato l’ira della studentessa, Theresa Russell. Peggio di essere molestata è il non essere riconosciuta come ninfetta. Continua a leggere

IN PALESTRA. Conversazione

Oh, ‘ste cazzo di scarpe costano novanta euro no-va-nta!» dice il ragazzo rasato in accappatoio bianco all’amico. Escono dalla doccia. Avranno entrambi diciott’anni e io, per fortuna, mi sto rivestendo.
«Eh lo so oh, costano un cifro» fa il biondino, sedendosi sulla panca.
«Oh, la Vale ha iniziato ad uscire con quei suoi amici froci. Ce n’è uno che è proprio frocio, ma tanto; i vestiti… caaaazzzzzooooo», pronuncia quella parola lentamente, come fosse stanco di dirla. Chissà quante volte gli è uscita da quella bocca perfetta.
Hanno entrambi la faccia di due che non hanno mai aperto un libro. Sono meravigliosamente sotto-istruiti. Sono dannatamente sexy. Il ragazzo che non sopporta gli amici froci di quella presumo essere la sua ragazza ha un tatuaggio tribale sul collo. Peserà in tutto 55 kg, non è molto alto e rimane nudo a pochi metri da me fissandosi i muscoletti e considerando i progressi della palestra con occhiate soddisfatte. Immagino la fidanzatina schifarlo per la magrezza e dirgli «ingrassa un po’, vai in palestra», e io non so che darei per leccare quella pelle glabra, elastica, perfetta. Sono sicuro che la ragazza gli succhierà il cazzo per pochi secondi, senza impegno, solo per tenerlo buono. Questo prima di farsi venire nella fichetta sperando di non rimanere incinta “non questa volta, ti prego, non questa volta”. Adorabili problematici ignoranti.
Un tizio sui quaranta li saluta ed esce.
«Oh pure quello è frocio secondo te?» chiede il biondino, il più tonto, che mi fissa coi suoi occhi blu mentre io fisso il suo amico, che mi dà le spalle muscolose. Purtroppo ha un brutto culo, troppo magro. La cosa mi indispettisce, ma quando si cosparge di pessimo AXE mi riconquista. Si infila dei pantaloncini larghi e una collana.«Minchia se è frocio. Certo! Lo riconosci dalla voce». Io gli passo vicino, lo fisso negli occhi e gli sorrido. Vorrei dirgli: farei qualsiasi cosa per leccarvi, te e il tuo amico, siete stupendi. Vorrei dirgli che il loro disprezzo per i froci li rende estremamente sexy. Vorrei avvisarli che non saranno mai più così; cresceranno e saranno educati all’etichetta del buon senso. Finiranno per infrociarsi e ingrassare, e dovranno tornare in palestra per dimagrire. Ma non lo faranno. Non gliene importerà più nulla dell’essere maschi. Lo saranno quando qualcuno, improvvidamente, gli taglierà la strada in macchina, e loro sbraiteranno bestemmie picchiando sul volante. Punto. Non saranno mai più pieni di ormoni ed eccitanti come lo sono ora. Lì, in tutta la loro inconsapevole bellezza adolescenziale. Se avessi più tempo gli spiegherei come capitalizzare quel loro corpo vivo.
Ma devo andare.

Io, gay a 15 anni esisto, e sarò il vostro modello.

CARO direttore, questa lettera è, forse, la mia unica alternativa al suicidio. Sì perché mi farò  seppellire vivo la prossima volta che qualcuno userà il vittimismo come una Mia Farrow qualunque per ottenere diritti che, noi giovani omosessuali occidentali, dovremmo già possedere, coerentemente alla società gay-friendly in cui viviamo. Era Walter Siti in Troppi paradisi a identificarsi con un modello occidentale forse perdente e in decadimento ma di sicuro conformista e generalizzato. Lo faceva presentandosi con una brillante cavatina cantata nell’orecchio della minoranza eterosessuale: «Io sono l’Occidente perché appartengo a quel tipo di omosessuali che hanno fornito il modello dell’Immagine come obiettivo del desiderio». Tiè. Continua a leggere